Dott. Giulio Perrotta
Dott. Giulio Perrotta

    Dal  2 Maggio 2012 ...

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LA "RASSEGNA STAMPA QUOTIDIANA" (IX PARTE)

Tutte le notizie da "Il Giornale" in tema di politica, attualità, cronaca, economia e cultura

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IlGiornale.it - Politica

Salvini: "Inciuci? Serve un premier con le palle" (Fri, 28 Feb 2020)
Parla dalle montagne trentine. Attacca il governo, che si sarebbe mostrato inadeguato a fronteggiare la crisi, e si augura elezioni il più presto possibile L’eco della diretta Facebook risuona in tutte le Dolomiti. Matteo Salvini appare così, in giacca a vento. È in Trentino, ma parla con il piglio di quello che non le manda a dire. Dalle Alpi all’Etna, lui c’è. E la resa, semmai, la lascia ad altri. Ne ha per tutti. In primo luogo, con il governo che, a suo dire, ha ridotto il Paese in un lazzaretto. “Anche dall’opposizione continuiamo a proporre idee. Se l’Italia ha bisogno non stiamo zitti. Per il momento il governo ne ha accolta qualcuna? No”, fa sapere il leader della Lega. Salvini esclude possibili inciuci o manovre di palazzo con riferimento all’emergenza legata al coronavirus Covid-19. Gli inciuci li lascia ad altri, dove c’è il partito democratico non c’è la Lega, afferma l’ex ministro dell’Interno. Da un momento di crisi, di difficoltà occorre trarre l’insegnamento per crescere. “Al governo, evidentemente, c’è qualcuno attaccato alle poltrone e che userà questa emergenza sanitaria per restare ancora di più incollato alla poltrona. Intanto, l’economia italiana rischia di perdere almeno 150mila posti di lavoro”. Attacca di nuovo il governo sulla gestione dell’emergenza causata dal coronavirus. “Certo, in un momento come questo servirebbero un presidente del Consiglio, un ministro degli Esteri e un commissario europeo con le palle per tutelare i prodotti italiani. Occorre un governo con le idee chiare, tosto, che non perda il tempo a litigare come l’attuale maggioranza”. Sottolinea che come Lega non potrebbe assistere allo scempio di un esecutivo evanescente e far finta di nulla. “No, io vivo in questo Paese, faccio proposte. Ma non perché sogno l’inciucio con il Pd e Renzi. Ma perché ritengo di avere il diritto di fare di tutto per mandare a casa il signor Conte il prima possibile. Non è all’altezza”. Poi si concentra per un attimo sulla polemica delle ultime ore, innescata dalle dichiarazioni del capo della polizia, Franco Gabrielli. “È un momento in cui non voglio far polemiche e non rispondo a quelli che mi sembrano insulti se non bugie”. Poi riprende a picconare l’esecutivo giallorosso: “Ho il diritto di proporre un nuovo governo? O ci dobbiamo rassegnare? Io non vivo da rassegnato. Questo non vuol dire inciuciare”. Vuole un Paese governato da persone serie e coerenti. “Quindi, prima si vota meglio è”, continua. Di seguito si sofferma sull’emergenza. Sul coronavirus e sui rapporti con gli altri Paesi del mondo. “Dopo il sangue speso per popolazione lontane gli italiani non sono ben accetti in Iran, in Kuwait...”, spiega. Si riferisce alle restrizioni messe a punto contro gli italiani in alcuni Paesi esteri per l’emergenza sanitaria. “Ci ricorderemo di chi oggi ci evita”. “L’Italia è il paese più bello, pulito e accogliente del mondo dove passare momenti in serenità. Ma questa emergenza gestita in questa maniera così confusa e improvvisata sta portando nel mondo l’immagine di una Italia che non è Italia, come un lazzaretto, dove gli ospedali non funzionano, dove i governatori non dicono. Qualcuno che aveva la responsabilità di controllare e chiudere non l’ha fatto, è sciacallaggio? È cronaca”. Mai come adesso “prima gli italiani”. Le priorità per l’ex ministro degli Interni è coltivare i nostri prodotti, la nostra cultura, il nostro cinema. “Aiutiamoci gli uni con gli altri e soprattutto speriamo che il governo faccia e dica qualcosa”. È il momento in unirsi, di stringersi a medici e infermieri che qualcuno, dopo le dichiarazioni del premier, invece sta indagando. "È il momento di riscoprire l’orgoglio nazionale e da un momento di crisi trarre il meglio”. Tag:  elezioni Persone:  Matteo Salvini Franco Gabrielli
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Salvini sta cercando un traghettatore (Fri, 28 Feb 2020)
L'ex ministro dell'Interno dovrebbe convincere il fondatore di Italia Viva a portare il nostro Paese alle elezioni. Il leader della Lega si sta muovendo in autonomia rispetto ai suoi alleati Matteo Salvini sarebbe alla ricerca di un “traghettatore” che conduca alle elezioni politiche. Il leader della Lega si sta muovendo in autonomia rispetto ai suoi alleati, in particolare Fratelli d’Italia che considera questa operazione un inciucio e vede solo il ritorno alle urne come soluzione. Come riporta La Stampa, l'ex ministro dell'Interno dovrebbe convincere il fondatore di Italia Viva a portare il nostro Paese alle elezioni. Prima però occorre una crisi di governo con l’obiettivo di mandare a casa Giuseppe Conte e mettere in piedi un progetto per rilanciare il Paese. Certo poi bisognerebbe vedere chi sarà il nuovo presidente del Consiglio, anche perché non ci sono grandi alternative al premier. Inoltre, la mossa di Salvini appare azzardata e non sarebbe vista di buon occhio nemmeno all’interno del centrodestra. Dentro Forza Italia ci sono opinioni discordanti. Basti pensare che Silvio Berlusconi sarebbe favorevole a un governo di salute pubblica per evitare elezioni anticipate, mentre Antonio Tajani non è una buona idea quella di un governissimo e se l’esecutivo cade, è meglio andare a votare. Non è d’accordo Mara Carfagna, la quale sottolinea l’importanza di aprire una fase di unità nazionale in cui ogni partito abbia coraggio e lasci da parte ogni polemica. Come detto, Meloni ritiene inopportuna ogni operazione di palazzo, con o senza Renzi. La leader di Fratelli d’Italia sarebbe pronta a presentare una mozione di sfiducia per esaminare se ci sia ancora una maggioranza stabile e poi ci sarebbero solo le urne. Resta da vedere se Renzi si farà avanti. Anche se l’ex premier avrebbe fatto sapere che questa legislatura durerà fino al 2023. Comunque il Matteo Salvini non avrebbe fatto nomi per questa sua mossa. L’alternativa è quella del ribaltone, ovvero una nuova maggioranza di centrodestra con una parte dei 5 Stelle. Ieri il capo della Lega ha incontrato Sergio Mattarella e gli ha presentato le proposte del suo partito per affrontare l’emergenza economica. Un modo per far vedere il suo impegno al capo dello Stato e per dimostrare che di lui ci si può fidare. Inoltre, Salvini e il suo staff hanno incontrato imprenditori, commercianti, operatori del turismo per raccogliere le loro istanze. Durante l'incontro con Mattarella, non si è parlato di altri governi ma di sicuro Salvini vorrebbe qualcuno più credibile a Palazzo Chigi. Persone:  Matteo Salvini Matteo Renzi
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Gabrielli, macché frasi rubate. ​Il video era pubblicato online (Fri, 28 Feb 2020)
Bufera sul capo della polizia. Lui: "Frasi rubate". Ma era tutto su Facebook. La Lega attacca: "Il governo non dice nulla?" Fermi tutti, c'è bisogno di una precisazione. E senza fare troppi voli pindarici, lo diremo direttamente: il video in cui si vede Franco Gabrielli rivolgersi a Matteo Salvini con espressioni "colorite" non è stato "rubato", come si è cercato di far credere in queste ore. Non dal Giornale.it, ovviamente. Ma nemmeno da altri. Perché il filmato finito al centro della bufera che si è scatenata sul Capo della Polizia era stato pubblicato sui social network, per poi essere stranamente rimosso. Breve riassunto dello scoop del Giornale.it. Lo scorso 24 febbraio il prefetto va ad un seminario organizzato dal sindacato Coisp e viene invitato a parlare. Gabrielli tiene un discorso di "oltre trenta minuti" e a un certo punto tocca la spinosa questione della riorganizzazione dei presidi della Polizia di Stato. Il tema è scottante perché sia i sindacati che la Lega sono contrari al piano di chiusure disposte dal Viminale a guida Lamorgese. Il prefetto la pensa diversamente e non lo manda a dire. Afferma che "in un Paese normale ci avrebbero già preso a calci nel sedere". Parla della "truffa che l'amministrazione ha fatto, realizzando uffici nuovi per 11.200 unità mantenendo gli organici immodificati". Critica la decisione di "istituire la questura di Monza e Brianza" (inaugurata da Salvini) per poi contestare, come fa il Carroccio, la chiusura del vicino presidio di Seregno. E alla fine nomina espressamente l'ex ministro dell'Interno e l'onorevole Molteni, criticandone le scelte con toni piuttosto coloriti. La Lega non ha chiuso gli uffici di polizia? "Beh, grazie, Graziella...", dice Gabrielli. Che poi tra le altre cose aggiunge: "Avevo chiesto che per non tagliare uffici avremmo avuto bisogno di più uomini", perché i conti si fanno col personale a disposizione e non dicendo "ah, gli uffici non chiuderanno". E infine: "Non puoi dire 'Le squadre nautiche non si toccano' e poi non cambi la norma. Perché in quel momento ti comporti in un certo modo utilizzando lo sfintere di un altro". [[video 1832970]] Bene. Ieri sia Salvini che Molteni si sono detti "stupiti" dai "toni sgradevoli" usati da Gabrielli. Il capo della Polizia si è scusato, e sembrava che la polemica fosse finita lì. Ma non è così. Il prefetto infatti ha parlato di "frasi rubate in un contesto privato" e di "polemica strumentalmente creata". Il segretario generale del Coisp Domenico Pianese, invece, ha visto dichiarazioni "estrapolate dal contesto" che avrebbero "stravolto il senso" del discorso. In realtà, ilGiornale.it ha pubblicato il video integrale dell'intervento di Gabrielli, quindi bastava guardarselo tutto (se volete, basta cliccare qui). E soprattutto il documento non è stato affatto "rubato". Certo, non si trattava di un convegno aperto al pubblico, ma il filmato è stato caricato sulla pagina Facebook del Coisp Roma. Così come un altro spezzone di video, con un'altra parte di intervento, si poteva trovare sui social del Coisp Molise. Entrambi i file ora non sono più reperibili. Ma c'erano. Una domanda sorge spontanea: ma è normale che il capo della polizia si rivolga in quel modo a un partito di opposizione, di fronte ad una platea, benché in un contesto "riservato"? Secondo il Carroccio, non proprio. E infatti stamattina è tornato alla carica, lamentando pure il "silenzio del governo" e del ministro Luciana Lamorgese. Per l'ex sottosegretario Stefano Candiani, il prefetto non stava parlando "nel salotto di casa", ma di fronte a sindacalisti e poliziotti. Dunque "sorprende" che "cerchi di giustificarsi distinguendo tra contesto pubblico e privato" come se "l'importante non fosse la lealtà e la correttazza verso l'istituzione, quanto invece fare buon viso di fronte e parlare male alle spalle". Un atteggiamento definito "né leale né decoroso". Per ora non sono arrivate richieste di dimissioni, ma il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, ha annunciato un'interrogazione parlamentare. "È sorprendente", dice, che Gabrielli "si lasci andare a commenti polemici e coloriti nei cronfronti del leader del primo partito italiano". Tag:  polizia discorso Persone:  Franco Gabrielli Matteo Salvini Stefano Candiani Massimiliano Romeo
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Mattarella: "Paure irrazionali portano ad autolesionismo" (Fri, 28 Feb 2020)
Il capo dello Stato, che celebra i trenta anni della fondazione Telethon, raccomanda di avere fiducia nella scienza e frena su comportamenti irrazionali “Tutto è scienza”, recitava quel filosofo. E in questo momento di difficoltà sarebbe utile ricordarlo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è espresso sull’epidemia da coronavirus che ha colpito l’Italia e più in generale il mondo intero in questi mesi. Le sue sono parole sagge che invitano alla calma. Alla riflessione. “Davanti all’emergenza determinata dal Covid-19 bisogna tenere a freno paure irrazionali e immotivate”, è quanto sostiene il capo dello Stato che questa mattina ha incontrato al Quirinale i rappresentanti di Telethon, per il 30esimo anniversario della fondazione, in occasione della giornata delle malattie rare. “La conoscenza aiuta la responsabilità e costituisce un forte antidoto a paure irrazionali e immotivate che inducono a comportamenti senza ragione e senza beneficio, come avviene talvolta anche in questi giorni”. Mattarella ha poi ringraziato chi sta operando con fatica, con sacrificio, con abnegazione per contrastare il pericolo di un’epidemia di coronavirus. Cita i medici, gli infermieri, il personale della protezione civile, i ricercatori, le donne e gli uomini delle forze armate e di quelle di polizia. Tutti coloro che in qualche modo si trovano in prima linea. Già perché chi è al fronte, spesso senza paracadute, rischia la vita ogni giorno per il bene del Paese. Per il presidente, l’unità d’intenti e i principi di solidarietà sono un grande patrimonio per la società, particolarmente in questi momenti delicati per la collettività. Costituiscono inoltre un dovere. “Quando si perdono queste consapevolezze ci si indebolisce tutti". Il capo dello Stato ha evidenziato che l’emergenza determinata dal coronavirus dovrebbe stimolare una maggiore fiducia nella scienza. “Di fronte alla comparsa di un nuovo insidioso virus si apprezza meglio il valore della scienza, la dedizione delle donne e degli uomini che portano avanti nuove ricerche, l’impegno sul campo di chi ne applica i risultati. Avere fiducia nella scienza non vuol dire avere fiducia in qualcosa di astratto. Vuol dire avere fiducia in noi stessi, nella nostra comunità”. Una moneta d’argento da cinque euro e un francobollo dedicati al trentesimo anniversario di attività: sono i doni che la fondazione Telethon ha consegnato al presidente della Repubblica. È il segno di un impegno trentennale nella ricerca sulle malattie genetiche rare che ha portato la fondazione a diventare pioniere nella terapia genica. E di una sfida che si rinnova oggi con ancora più forza. Mattarella ha ospitato i pazienti, le associazioni, i volontari e i suoi ambasciatori, per celebrare l’importante traguardo. Un segno di stima. Un modo per dire al mondo che l’Italia in questo mare agitato c’è. E che, con i suoi studi, con le sue migliori menti, non rinuncia alla ricerca di un mondo migliore. Tag:  telethon scienza Persone:  Sergio Mattarella
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La satira del giorno: il costume di Carnevale che tira di più (Fri, 28 Feb 2020)
Fonte foto:  zola La satira del giorno: il costume di Carnevale che tira di più 1 Sezione:  Politica
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Galli contraddice Ricciardi: "Non condivido i calcoli del governo" (Fri, 28 Feb 2020)
Il direttore dell’Istituto di Scienze Biomediche all’Ospedale Sacco di Milano non condivide le modalità con cui il governo conta i malati da coronavirus Nella crisi generalizzata da coronavirus si apre un piccolo giallo tutto interno alla comunità scientifica. È in realtà lo strascico di una polemica che già da qualche giorno ha come protagonisti Stato e regioni, Veneto in testa. Questo caso riguarda le modalità di conteggio dei contagiati. Da due giorni il governo ha deciso che la definizione di “caso” deve essere fatta, direttamente, dall’Istituto Superiore di Sanità. La motivazione sarebbe semplice: perché questo test può dare falsi positivi e falsi negativi, per cui è importante che quelli che emergono dalle regioni vengano ancora considerati come casi sospetti. Walter Ricciardi, membro dell’Oms e consulente del governo per l’emergenza, aveva affermato: “È importante che le regioni non facciamo comunicazione. Per l’impegno di trasparenza che noi abbiamo con le istituzioni internazionali, se loro dicono che quello è un caso, anche se sospetto e non confermato, noi poi lo dobbiamo comunicare a livello internazionale”. Con le relative ripercussioni. In seguito, cosa fondamentale, aggiungeva: "Sovrastimati i casi positivi". Ora la modalità di conteggio viene messa in discussione dagli stessi scienziati. “Stimo molto il validissimo collega, Walter Ricciardi, ma io credo questa volta abbia fatto un errore”. A parlare è il professor Massimo Galli, direttore dell’Istituto di Scienze Biomediche all’Ospedale Sacco di Milano. Questa dichiarazione arriva durante la trasmissione “Agorà” su Rai3. Galli fa sapere: “Credo che in questo caso abbia fatto un’uscita che non mi sento di condividere. Sembra quasi un’affermazione di centralismo burocratico. Mi risulta che non siano stati confermati dall’Iss i campioni mandati fino ad adesso dalla regione in cui lavoro. Possiamo decidere per una policy corretta, cioè che dividiamo i casi tra accertati e casi in attesa di conferma. Ma dal punto di vista pratico cambia poco e dal punto di vista della trasparenza, questa polemica, ha suscitato nei colleghi all’estero il sospetto che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa. Per favore, non abbiamo bisogno di questo”. Le prime discrepanze erano emerse nel pomeriggio di mercoledì. La Regione Veneto segnalava 17 nuovi casi, non menzionati dal capo della protezione civile, Angelo Borelli, oltre un’ora più tardi in conferenza stampa. I dati sul contagio diventano così un problema e provocano frizioni tra Roma e le regioni in cui si segnalano positività al coronavirus. Con la possibilità che si passi alla comunicazione dei soli “casi clinici rilevanti”, ovvero contagiati in rianimazione e morti. È Walter Ricciardi ad aprire il fronte: “I casi confermati sono 190 (disse allora)”. Ma in quel momento, i conteggi che arrivavano dalla protezione civile, parlavano di più del doppio delle positività. Un cortocircuito dovuto al fatto che i casi registrati dai sanitari intervenuti sul territorio dovevano poi essere validati dall’Istituto Superiore di Sanità. Le cose sono poi andate avanti, i casi di contagio sono cresciuti. Ma resta un chiaro interrogativo sulle modalità con cui il governo conta i malati da coronavirus. Come dice Galli: “Ne vale la credibilità di tutta l’Italia”. Tag:  governo contagio Speciale:  Coronavirus focus
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Coronavirus, decreto per l'emergenza: stop a tasse e mutui (Fri, 28 Feb 2020)
Il provvedimento sarà varato sabato mattina in Consiglio dei ministri Circa 500 milioni di stanziamento per fronteggiare l'impatto sull'economia nella zona rossa colpita da coronavirus. Sabato prossimo il Consiglio dei ministri si appresta a varare un decreto legge contenente misure immediate di sostegno economico alle aree ed ai settori colpiti dall'emergenza del virus. La misura sarà coordinata tra quelle messe a punto dai tecnici del ministero dell'Economia e delle finanze e del ministero dello Sviluppo economico in cui dovrebbero confluire anche le azioni di tutela per i lavoratori annunciate dal ministro del Lavoro Nunzia Catalfo. Non è ancora chiaro se il governo convocherà anche le parti sociali prima di varare il set di interventi straordinari prima del Consiglio dei ministri di sabato. Intanto nella giornata di ieri imprese e sindacati hanno rinnovato l'appello per un piano di rilancio con misure straordinarie. Il decreto emanato dal Mef a inizio settimana prevede la sospensione degli adempimenti e dei versamenti tributari per le zone rosse di Lombardia e Veneto nel periodo tra il 21 febbraio e il 31 marzo 2020 mentre il provvedimento che il governo si appresta a varare dovrebbe completare il quadro della sospensione delle cartelle con lo stop ai contributi previdenziali (fino al 31 marzo) e il rinvio degli adempimenti fiscali anche per i clienti dei professionisti che sono nella zona rossa. "Ci stiamo orientando verso due provvedimenti: il primo lo porteremo in Consiglio dei ministri questa sera o domani mattina, dipende dai tempi tecnici" ha dichiarato il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, a Unomattina riferendosi al prossimo decreto, e poi continua:"Prime misure di emergenza legate alla sospensione del pagamento delle bollette, insieme con l'Abi la sospensione delle rate del mutuo e il rafforzamento del fondo di garanzia". Un secondo pacchetto di misure che arriverà più avanti "terrà conto di due esigenze: il danno diretto di tutte le aziende che sono nella zona rossa e i danni indiretti sulle filiere". Poi l'esponente del M5S afferma: "Il governo attua e mette in campo le politiche che vengono dettate dalla scienza. Siamo di fronte a un'epidemia molto importante e la politica si mette a disposizione delle istituzioni scientifiche". "C'è la necessità - ha sottolineato - di far percepire il problema com'è, è importante, deve essere gestito con normalità ma non deve sconvolgere la vita dei cittadini. Vedo gente che sta disdicendo prenotazioni per l'estate e non vi è nessun motivo reale. Dobbiamo arrivare a normalizzazione ascoltando i medici, i virologi e i biologi, che ci stanno dicendo com'è la situazione". La misura prevederà, in primis, lo stop a tasse e mutui, ma oltre alle misure dirette alle aree più colpite, nel pacchetto dovrebbero rientrare anche misure a sostegno delle piccole e medie imprese e in generale per il settore delle esportazioni, che più di altri sta accusando la crisi. La dotazione del Fondo di Garanzia per Pmi dovrebbe essere aumentata fino a 750 milioni di euro. Inoltre, l’Associazione Bancaria ha avanzato l’ipotesi di estendere la moratoria sul rimborso dei debiti delle imprese che si applica ai crediti stipulati entro novembre del 2018, a tutti i contratti stipulati nel corso del 2019. Tag:  decreto emergenze tasse mutui pmi Speciale:  Coronavirus focus
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Adesso le Ong tuonano contro la quarantena imposta alle navi (Fri, 28 Feb 2020)
Medici Senza Frontiere, organizzazione operante a bordo della nave Ocean Viking, ha chiesto la fine della quarantena imposta per l'emergenza coronavirus anche ai mezzi che portano i migranti in Italia: "Lasciateci partire" Il coronavirus ha messo in fibrillazione anche le organizzazioni non governative: le misure di quarantena applicate di recente o le richieste, poi per la verità non ascoltate, di evitare gli sbarchi dei migranti in questo periodo hanno allarmato le Ong. E non è un caso se nelle scorse ore a lanciare un appello per evitare di fermare le navi umanitarie è stata l’organizzazione Medici Senza Frontiere. Quest’ultima opera assieme all’Ong Sos Mediterranée a bordo della nave Ocean Viking, la più attiva sul fronte degli interventi nel Mediterraneo centrale da settembre ad oggi. Il mezzo però è stato anche il primo ad essere messo in quarantena nella giornata di domenica, giornata in cui l’equipaggio ha avuto dal Viminale l’autorizzazione allo sbarco di 276 migranti a Pozzallo. Si è trattato, in quell’occasione, di fatto del primo approdo del genere da quando il nostro paese ha iniziato ad affrontare l’emergenza coronavirus. I migranti che erano a bordo sono stati accompagnati presso il locale hotspot ed è lì che trascorreranno l’intero periodo di quarantena. I 32 membri dell’equipaggio della Ocean Viking, compresi dunque anche i componenti dell’Ong Sos Mediterranée e di Medici Senza Frontiere, sono stati posti in quarantena a bordo della nave e rimarranno qui per i prossimi 14 giorni. Una misura che è stata adottata anche nel caso controverso della Sea Watch 3, giunta a Messina quando già in Sicilia si era registrato il primo caso di coronavirus. Per tal motivo, il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci aveva chiesto al governo che la quarantena per migranti e membri dell’equipaggio dell’Ong tedesca fosse svolta interamente a bordo della nave. Alla fine però, i migranti sono scesi mentre il mezzo è stato posto in quarantena. Non senza polemiche tra la giunta regionale siciliana ed il governo. Come detto prima, a seguito di questi due episodi Medici Senza Frontiere ha chiesto di non fermare le navi delle Ong. Il principio è quello secondo cui tali mezzi sono delle vere e proprie “ambulanze del mare” e dunque non possono essere fermate per la presenza in Italia del coronavirus: “Mettere in quarantena una nave di soccorso è come fermare un’ambulanza in mezzo a un’emergenza”, si legge in un tweet di Medici Senza Frontiere. “Chiediamo alle autorità di non fermare le ambulanze del mare – si legge ancora nel tweet – e permetterci di fare il nostro lavoro: salvare vite”. Secondo l’organizzazione, quella messa in atto dal governo italiano contro le navi Ong sarebbe solo una “giustificazione”: “Capiamo le legittime preoccupazioni per il coronavirus – ha scritto in un altro tweet Medici Senza Frontiere – ma non devono essere una giustificazione per impedire i soccorsi. A terra come in mare, la priorità è salvare vite”. Infine, sempre secondo l’organizzazione che opera assieme a Sos Mediterranée, non c’era alcuna ragione specifica per porre la propria nave in quarantena: “Quando l’epidemia di Covid19 ha colpito l’Italia – sostengono i membri di Medici Senza Frontiere – la Ocean Viking è stata messa in quarantena e ha rispettato tutte le misure indicate. Ma dopo 5 giorni di blocco, è ormai evidente che queste misure vengano applicate solo alle navi umanitarie”. Quest’ultima frase suona come un’esplicita accusa contro l’esecutivo Conte II, che pure ha usato rispetto al precedente governo una linea molto più morbida sulle Ong, permettendo a tutte le navi impegnate nel Mediterraneo di approdare in uno dei porti italiani. Sembra dunque che, a distanza di tempo, la fine dei 14 mesi di gestione del Viminale da parte dell’ex ministro Matteo Salvini non sia servita a far deporre l’ascia di guerra politica contro l'Italia alle organizzazioni. Le quali adesso potrebbero attuare una campagna di pressione mediatica per far evitare la quarantena alle navi nonostante l’emergenza coronavirus. Tag:  Medici senza frontiere Ocean Viking ONG (Organizzazioni Non Governative) Speciale:  Coronavirus focus
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"Irresponsabile far sbarcare i migranti. È ora di finirla con il finto buonismo" (Fri, 28 Feb 2020)
Il governatore: «Condizioni inumane a terra per i 194 della Sea Watch» «Questa favola del finto buonismo deve finire. L'hotspot di Messina è una struttura dichiarata inadeguata dalle autorità sanitarie perché incompatibile con la permanenza dei migranti. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con cui in precedenza avevo rapporti di collaborazione, ha scelto di non ascoltarmi, ma non ha certo fatto un regalo ai quei 200 disperati. Il suo non è un atto di responsabilità. Neppure nei confronti di gente che ha affrontato peripezie e sofferenze». «In questo momento - spiega al Giornale il presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci - credo che il governo abbia l'interesse a minimizzare qualsiasi problema. Da anni si sa che l'hotspot di Messina è in una situazione assolutamente precaria». I migranti intanto sono a terra come intende reagire? «Nei prossimi giorni disporrò una visita tecnica per mettere fine alla favola di chi da una parte sostiene di stare con i migranti e dall'altra li costringe a vivere in strutture prive dei più elementari requisiti. Ho un certificato con la data di ieri delle autorità sanitarie di Messina che attestano l'inadeguatezza di quei locali». Lei chiedeva di farli restare sulla nave. Era una soluzione migliore? «Io non ho mai chiesto di lasciarli su una nave inadeguata. Le mie dichiarazioni del 25 febbraio sono chiare. L'eventuale quarantena o la cura di sospetti casi di Coronavirus dovevano, nel caso, avvenire a bordo di un'imbarcazione in grado di ospitarli per 14 giorni. Quindi se quella nave non era adeguata bisognava trovare un porto attrezzato. I diritti e la dignità umana vengono sempre per primi. La mia linea da presidente della Regione e da uomo di destra è sempre stata questa». Ha sentito il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese? «Abbiamo cose molto più importanti da fare che rincorrere dei fantasmi». Se si fosse scelto un porto siciliano più adeguato non avrebbe avuto nulla da obbiettare? «Scegliere o approntare porti per i migranti non è competenza mia, ma dello Stato. In passato, pur avendo più di un motivo per farlo, non ho mai preso posizione, ma in una condizione di emergenza sanitaria era indispensabile farlo. Mi lamento per i mancati controlli sui passeggeri in arrivo dalle zone cosiddette gialle e vuole che resti tranquillo davanti a persone provenienti da aree dove ritengo che i controlli siano di un livello più basso?» Ma veramente non vuole neanche gli italiani provenienti dalle cosiddette zone gialle? «Ho semplicemente detto, come stabilisce il decreto del presidente del Consiglio, che se vi sono comitive provenienti dalle zone a rischio è meglio rinviare il viaggio di qualche settimana in modo da far star più sereni noi e loro perché, a oggi, il governo centrale non ci consente di esercitare alcun serio controllo. Ogni giorno ricevo messaggi che denunciano il rientro in Sicilia di insegnanti, studenti e operai dalle zone gialle transitati senza il minimo accertamento da aeroporti e stazioni. Invitare alla prudenza e al rinvio dei viaggi significa confidare in un'attenuazione del processo infettivo e nel contempo sperare che da Roma arrivino disposizioni più precise e più severe». C'è una latitanza del governo anche su questo? «Certo. Da governatore non posso disporre i controlli. È una competenza della struttura sanitaria dello Stato esercitata fin qui a giorni alterni in maniera lacunosa. Io invece auspico - sia per noi, sia per i cittadini delle zone gialle - una situazione di reciproca tranquillità». Pensa che la Sicilia venga trascurata? «Nei nostri confronti c'è solo arroganza. Per molti la Sicilia è terra di frontiera. Fino a quando non modificheremo il Trattato di Dublino e fino a quando l'Europa cinica e ipocrita non si farà carico del fenomeno migranti saremo soltanto un lembo d'approdo per disperati. Vorrei sapere che fine hanno fatto le politiche di sviluppo e cooperazione europea che avrebbero dovuto consentire ai migranti di non lasciare i loro Paesi».
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Dai ricettari alle app: adesso c'è più gusto a restare dentro casa (Fri, 28 Feb 2020)
Uscire meno non vuol dire rinunciare alla possibilità di mangiare o bere bene Torna a casa, Ambroeus. Inutile negarlo, in questi giorni lo spirito del milanese che, dopo una dura giornata di lavoro, si proietta fuori casa in un tourbillon di aperitivi e cene per provare quel nuovo localino appena aperto è stato messo a dura prova. Complice anche la chiusura delle scuole e l'attivazione del lavoro da casa, per molti è scattato un buen retiro nell'alveo domestico. Sfilandoci dalle polemiche tra minimizzatori e millenaristi, approfittiamo dell'occasione per dare alcuni molto pratici consigli su come gestire il coté gastronomico casalingo. Andando oltre la via d'uscita più scontata che è quella del delivery. Eccoli, chissà mai che non tornino utili anche passata l'emergenza. Rispolveriamo i ricettari. Ne abbiamo tutti in casa almeno uno, su qualche scaffale alto della libreria: l'Artusi, il Cucchiaio d'Argento, il Talismano della felicità. Insindacabili custodi delle ricette che hanno fondato la cucina italiana, con incursioni nella francese. I bolliti, i brasati, i ravioli e i consommé. Tutte o quasi ricette che implicano lunghe preparazioni e tempi di cottura da maratona, o più. Incompatibili con i ritmi della vita attuale. Ma alcuni piatti classici ormai demodé delizieranno i commensali come e più delle più esotiche novità. E riaprendoli scopriremo che cos'è il cibreo, come fare le quenelles o un goloso bianco mangiare. Il ritorno della nonna. I più fortunati ce l'hanno, è una variazione sul tema dei ricettari: un quaderno inzaccherato di olio e farina, scritto a mano con una nitida ed elegante grafia d'altri tempi. Contiene le ricette di famiglia, ormai proverbiali ma che nessuno ha mai il tempo e il coraggio di rifare. I ravioli a mano, la pasta frolla, il dolce al maraschino. Coraggio, è il momento di affrontare quei sapori dimenticati senza eccessive timidezze. Largo alla tecnologia. Tra app e Alexa. Il retrò non fa per voi? Poco male, anzi meglio. Perché ormai il frigorifero ha l'alloggiamento per l'iPad, il riconoscitore vocale recita come una maestrina qualsiasi ricetta e se c'è tempo fa anche la spesa online - le app di cucina pullulano. Svuota Frigo ad esempio elabora ricette a partire dagli ingredienti che ci sono in casa, Piccole Ricette ne propone una al giorno, CoockPad condivide quelle degli utenti. Per gli anglofoni da provare Bbc Good Food e Tasty. Formazione continua. Non siete proprio dei campioni ai fornelli, siete in difficoltà a fare un uovo e quando vi offrite di cucinare c'è sempre qualcuno che propone di ordinare una pizza? È giunto il momento di seguire un corso di cucina. Naturalmente online. Ci sono quelli della storica rivista La Cucina Italiana (i primi 14 giorni di prova sono gratis), del Gambero Rosso (a partire da 40 euro) e di Giallo Zafferano sulle tecniche di base. Per le videoricette schiere di food influencer vi attendono su YouTube. Un caffè slow. Il caffè non è solo l'espresso trangugiato al bar la mattina, può essere una bevanda complessa tutta da degustare, come un buon vino rosso. Anche a casa, provando una delle tecniche di estrazione con filtro V60, Chemex, Aeropress o ricorrendo alla tradizionale moka. Ma dedichiamo un po' più di tempo alla materia prima, scegliendo una monorigine Arabica da acquistare, anche online, da un microtorrefattore. Come Cafezal, Gardelli, Malatesta, Bugan, Ditta Artigianale. Scoprirete mondi nuovi e meravigliosi. Mixology fai da te. I bar chiudono? Sì, solo dalle 18, anzi no ora riaprono ma a numero chiuso. La confusione è grande sotto il cielo, ma l'opportunità di farsi un ottimo cocktail a casa resta. Con le classiche ricette IBA alla mano, o pescando da libri e siti per le novità. Siete indecisi? Sappiate che i più venduti del 2020 secondo la annuale classifica di Drinks International sono Old Fashioned, Negroni e Daiquiri. Mano allo shaker...
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Cda della Rai si sposta a Milano: "Segno di attenzione e vicinanza al territorio" (Fri, 28 Feb 2020)
Il Consiglio di amministrazione della Rai passa da Roma a Milano: "Segno di vicinanza agli italiani e al territorio in questo momento particolare" Il prossimo Consiglio di Amministrazione della Rai si terrà il 5 marzo a Milano. Lo ha reso noto l'azienda spiegando che la decisione di spostare la sede da Roma al capoluogo della Lombardia è stata presa dal presidente della Rai, Marcello Foa, d'intesa con l'Amministratore delegato, Fabrizio Salini. Una decisione, viene spiegato in una nota di Viale Mazzini, presa "quale segno tangibile di attenzione nei confronti della storica sede milanese da giorni impegnata in un lavoro intenso e delicato, e anche quale dimostrazione della volontà della Rai di essere ancora più vicina agli italiani e al territorio in questo momento particolare, con l'auspicio che possa essere affrontato e superato con senso della misura e un rapido ritorno alla normalità". Ieri il consigliere Rai Igor De Biasio aveva chiesto al Presidente Marcello Foa e all'ad Salini di spostare i prossimi Cda a Milano e uno a Venezia. "Ho ufficialmente chiesto che i due prossimi Cda Rai già programmati per marzo (5 e 20 marzo) vengano svolti uno a Milano e uno a Venezia, presso le rispettive sedi Rai - si legge in una nota il consigliere De Biasio -. Questo gesto sarà un segnale concreto e significativo per far sentire alle città di Milano e Venezia, alla Lombardia e al Veneto, la vicinanza dei vertici Rai e dimostrare al Paese che Lombardia e Veneto stanno già rialzando la testa e ripartendo con rispetto delle regole, pragmatismo, intelligenza e coraggio". E così oggi è arrivato il comunicato con la decisione dei vertici. La richiesta è stata accolta: il prossimo 5 marzo il Cda della Rai si terrà a Milano, mentre per quanto riguarda la riunione del 20 marzo non è ancora stato comunicato il luogo. In questo modo, l'azienda intende dimostrare la sua vicinanza ai territori in ginocchio a causa della diffusione del coronovirus. Un modo per sostenere i cittadini e anche la sede milanese della tv pubblica "da giorni è impegnata in un lavoro intenso e delicato". Mentre a Milano si vuole tornare alla vita di tutti i giorni con la riapertura di scuole, musei, cinema e l'organizazzione di eventi e manifestazioni, dalla Rai arriva un forte segnale. L'auspicio dell'azienda è "che questo momento possa essere affrontato e superato con senso della misura e un rapido ritorno alla normalità". Tag:  Rai cda Speciale:  Coronavirus focus
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Abbandona il figlio a Roma Termini e scappa, le immagini (Fri, 28 Feb 2020)
Una donna ha abbandonato un bimbo in carrozzina nei pressi della stazione Termini, a Roma. Secondo quanto si è appreso da fonti di polizia, era su un treno diretto a Monaco. La donna è stata rintracciata a Bologna dalla Polfer ed è stata arrestata. abbandonato  Luoghi:  Stazione Termini
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Meteorite sui cieli del Nord, enorme scia avvistata in pieno giorno (Fri, 28 Feb 2020)
Intorno alle 10 di questa mattina, migliaia di persone hanno rivolto gli occhi al cielo per lo straordinario fenomeno di una lunga scia luminosa veloce come un bolide. Dovrebbe trattarsi di meteorite Una palla infuocata in cielo, veloce come un bolide e con una lunga scia luminosa, è stata avvistata poche ore fa in numerose località del Nord Italia. Probabilmente, si è trattato del passaggio di un grosso meteorite ma si attende la conferma da parte dell'Istituto Nazionale di Astrofisica. La scia, visibile anche in pieno giorno e grazie alla limpidezza del cielo, ha fatto la sua comparsa intorno alle 10 di questa mattina in maniera molto nitida in Friuli ma le segnalazioni arrivano anche da Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche. Sui profili social, tanta gente ha segnalato l'evento anche da Croazia e Slovenia. Fenomeno suggestivo Il fenomeno, durato alcuni secondi, è stato visto da migliaia di persone che, con gli occhi rivolti al cielo, hanno osservato una luce abbagliante ed una scia luminosa piuttosto vistosa nonostante la presenza della luce diurna. La “palla di fuoco” si è mossa da ovest verso est e, scendendo ulteriormente di quota, è esplosa lasciando una scia di detriti e gas alle sue spalle. A bright daylight bolide spotted at around 10:30am of February 28, 2020 over north-east of Italy, Croatia and Slovenia #astronomy #meteor #meteora #bolide photos via @24sata_HR & https://t.co/Koiuv6R5is pic.twitter.com/jnpigTrcUj — Ernesto Guido (@comets77) February 28, 2020 "Aveva i contorni gialli di un chiaro allucinante - racconta un testimone del comune di Majano, in provincia di Udine, come riportato da Repubblica.it - una luce abbagliante che ha lasciato dietro di se' una scia bianchissima. Poi, pian piano tutto si è dissolto". Il fenomeno è stato anche immortalato e sui vari siti, il presunto meteorite, appare come una nuvoletta di vapore lasciata dal corpo ignoto. Il video amatoriale, già con numerose visualizzazioni su YouTube, arriva da Fano, nelle Marche. Anche in molte località della Romagna come Cesenatico, Rimini e Ravenna sono arrivate tantissime segnalazioni e si sarebbero mosse anche alcune motovedette della Capitaneria di porto, mentre dall'alto si sarebbe levata in volo l'aeronautica militare. Altri testimoni oculari indicano di averlo visto cadere in mare antistante Fano e l'hanno descritto come un corpo luminoso con una coda. Altre ricostruzioni parlano di un'esplosione in cielo sopra l'area balcanica. L'Osservatorio astronomico di Trieste ha ipotizzato che possa trattarsi di una meteora che, a contatto con l'atmosfera, si sia polverizzata senza raggiungere la superficie terrestre. L'Istituto Nazionale di Astrofica ha preso in esame tutte le segnalazioni. Dopo averle esaminate, nell'arco di pochi giorni confermerà e spiegherà nel dettaglio la natura del cosiddetto "bolide". Tag:  meteorite cielo scia
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Coronavirus, Cina intende vietare consumo carne di cane (Fri, 28 Feb 2020)
In Cina la proposta di introdurre il divieto relativo al consumo di carne di cane. Le associazioni animaliste propongo un bando internazionale Ad Hong Kong, un cane è positivo al coronavirus. La notizia, che sta viaggiando in queste ore da una parte all'altra del globo, ha messo in allerta il Governo cinese che adesso si avvia verso il divieto del consumo di carne dell'animale. È bastato un test con esito positivo al Covid-19 a mettere in allerta le associazioni animaliste. Stando a quanto riferito da fonti a vario il titolo, il cane non risulterebbe contagiato ma gli esami di laboratorio avrebbero rilevato tracce del coronavirus nel suo organismo. Nei giorni scorsi, infatti, sono stati prelevati campioni dal naso e dalla bocca della bestiola che hanno accertato la presenza del nuovo virus. L'ipotesi, al momento, è che possa averlo ereditato dalla sua proprietaria, una donna di 60 anni già ricoverata in isolamento da due settimane. E ora, anche al quadrupete toccherà restare in quarantena. Fino ad oggi, l'Oms ha sempre smentito la possibilità di un contagio da uomo ad animale e viceversa. Ma gli ultimi risvolti acclarati dalla stampa internazionale (ovviamente il dato non è stato confermato da Pechino) hanno costretto le associazioni animaliste ad una mobilitazione compatta. La paura è che, sulla scia della psicosi collettiva, si ingeneri un'ondata di abbandoni o, peggio ancora, un abbattimento massiccio di cani. Pertanto, una soluzione preventiva potrebbe essere quella di vietare il consumo di carne canina, tradizione consolidata in numerose città asiatiche. A sollevare la questione è stato per primo il regista e magnate giapponese Genlin, fondatore della World Dog Alliance, un'organizzazione internazionale a tutela degli animali a quattro zampe, che ha colto l'infausta circostanza per rilanciare la battaglia animalista: "La situazione che si è venuta a creare - spiega Genil in una lettera indirizzata al Corriere della Sera - può essere però una buonna occasione per rilanciare la battaglia in favore del divieto della vendita di carne di cane in Cina. Abbiamo il sostegno di molti parlamentari cinesi e speriamo di riuscire a raggiungere un buon risultato. Abbiamo coniato un nuovo slogan: niente carne selvaggia per la salute, niente carne di cane per questioni morali". L'intento dell'associazione è quello di dare esecuzione ad un bando internazionale, ovvero, un divieto possa essere applicato anche al di fuori degli Stati Asiatici, Europa compresa. E finora, sembra che il progetto abbia già ottenuto numerosi riscontri positivi. "La nostra mobilitazione internazionale sta avendo successo - continua Genlin - anche i parlamentari degli Stati Uniti, equamente suddivisi tra repubblicani e democratici, hanno firmato il nostro appello per chiedere al presidente Trump di introdurre il divieto". Il divieto potrebbe concretarsi ben presto nella città sub-provinciale di Shenzen, la quarta città più popolosa della Cina, che gode di notevole autonomia legislativa rispetto ad altre aree territoriali. "Si tratta di una pratica comune nelle nazioni sviluppate - fa sapere l'amministrazione locale - e di una forma di moderna civilizzazione riconosciuta a livello universale". Nello specifico, la proposta di legge prevede il riconoscimento dello status di animali domestici per cani e gatti, condizione che ne vieterebbe di conseguenza l'uccisione o il consumo umano. Dall'elenco, però, sono state escluse altre specie di animali selvatici quali, rane, serpenti e tartarughe. Se la specifica avesse seguito, si tratterebbe di un cambiamento dal valore fortemente simbolico che segnerebbe una svolta decisiva nel contesto internazionale. La speranza è che possa ingenerarsi una sorta di "reazione a catena" tale da preservare tutta la specie canina da una pratica tanto brutale quanto ancestrale. Speciale:  Coronavirus focus Luoghi:  Cina
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Firenze, magrebini rubano alcolici, poi attaccano e mordono commesso (Fri, 28 Feb 2020)
Dopo aver scoperto il furto, il dipendente ha cercato invano di fermarli: prima l'aggressione fisica, poi il morso e la fuga. I due marocchini, trovati poco dopo dagli uomini della polizia di Stato, sono stati dichiarati in arresto Pugni e morsi al commesso che aveva cercato di bloccarli per impedire loro di uscire da un minimarket di Firenze con la merce appena rubata, per questo motivo un giovane dipendente è finito al pronto soccorso dell'ospedale ricevendo una prognosi di alcuni giorni a causa delle ferite riportate. Protagonisti in negativo dell'ennesima aggressione all'interno di un esercizio commerciale due uomini di nazionalità marocchina, rispettivamente di 30 e di 24 anni, che sono stati tratti in arresto dagli uomini della squadra volanti della questura di Firenze dopo aver tentato una vana fuga. Come riportato dai quotidiani locali, che hanno riferito alcuni dettagli della rapina, l'episodio si è verificato durante la tarda serata dello scorso mercoledì 26 febbraio, quando i due malviventi nordafricani si sono introdotti all'interno di un minimarket sito in via XXVII Aprile. Dopo aver girato tra gli scaffali del negozio, fingendosi interessati all'acquisto di alcuni prodotti, i magrebini hanno approfittato di un attimo di tranquillità attorno a loro per potersi impossessare di una bottiglia di amaro del valore di circa 25 euro. [[video 1833360]] Convinti di essere passati inosservati, i due marocchini sono invece stati fermati poco prima dell'uscita da uno dei dipendenti del minimarket, che ha chiesto conto della bottiglia di alcolico, scatenando la loro violenta reazione nei suoi confronti. Il ragazzo, infatti, è stato aggredito e colpito con forti pugni al petto da entrambi gli stranieri, cosa che non gli ha comunque impedito di cercare di bloccarli prima che potessero fuggire con la merce appena rubata. Fermato dalla salda presa del dipendente, che era riuscito a stringere la manica del suo giubbotto non consentendogli di correre via dal negozio, uno dei nordafricani ha sferrato un morso alla sua mano. A causa del dolore prodotto dalla lacerazione al dito, il commesso è stato costretto ad allentare la presa, ed ha visto i due malviventi uscire dal minimarket ed allontanarsi di corsa, nel tentativo di far perdere le proprie tracce. Senza indugi, pertanto, il ragazzo ha contattato telefonicamente le forze dell'ordine segnalando il furto e l'aggressione appena subite. Dopo aver ascoltato il suo racconto ed aver preso nota della descrizione fisica dei responsabili e degli abiti da essi indossati al momento della rapina, gli uomini della squadra volanti della questura di Firenze si sono messi sulle loro tracce. Non ci è voluto molto prima che riuscissero ad individuarli, grossomodo all'altezza di Via San Gallo. I due nordafricani sono finiti in centrale per le consuete operazioni di identificazione: per loro l'accusa di rapina impropria in concorso. Costretta a ricorrere alle cure dell'ospedale, invece, la vittima ha ricevuto alcuni giorni di prognosi a causa della ferita al dito. Tag:  rapina aggressione marocchini Luoghi:  Firenze
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Ebbe un figlio da un tredicenne, scarcerata la donna di Prato (Fri, 28 Feb 2020)
Il Tribunale di Prato ha revocato gli arresti domiciliari per la trentunenne operatrice sociosanitaria pratese a processo con l'accusa di violenza sessuale e violenza sessuale per induzione nei confronti di un minorenne a cui dava ripetizioni abusi sessuali abusi su minori  Url redirect:  https://larno.ilgiornale.it/2020/02/28/scarcerata-la-donna-che-ha-avuto-un-figlio-da-un-tredicenne/ Un figlio con un 13enne Scarcerata la donna: sentenza entro un mese Luoghi:  Prato
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L'ira di Capuozzo sulla Rackete "Non chiedi niente sul virus...?" (Fri, 28 Feb 2020)
Il giornalista scrive un’altra pagina del suo diario di bordo. Domande e riflessioni composte di getto su Facebook che riguardano il coronavirus In questi giorni di delirio da coronavirus, di psicosi e di accuse reciproche tra i palazzi del potere, è utile leggere. È utile anche riflettere su questi assalti a casematte inespugnabili costruite a colpi di paura e con il sacrificio di molti. In questi giorni qui, insomma, fa compagnia e dà sicurezza il diario quotidiano che il giornalista Toni Capuozzo scrive su Facebook. “Non siamo soli”, spiega Capuozzo. Anche la Repubblica di San Marino è messa male: un contagiato. È vero ha 88 anni ed è ricoverato a Rimini. Non so quale sia il governo di San Marino, quali siano i media, come stiano a mascherine e come vadano a percentuali, ma adesso tocca a loro. E noi?“Non so perché, ma mi sento sollevato. Non ho mai provato paura, solo preoccupazione per i miei cari e per il mio Paese, ma mi sento come se fosse finito o stesse finendo un incubo. Con chi dovrei prendermela, se davvero è stato più psico che dramma? Forse con il destino cinico a baro? Mi restano, come un retrogusto amaro dopo una sbornia, alcune convinzioni e alcune domande”. Il giornalista le stila una dietro l’altra. La prima: la sottovalutazione quando invece di prepararsi ci spiegavano che il problema è il razzismo. Siamo sorpresi quando arriva il contagio. E credevamo, vantandocene, di essere stati i più furbi di tutti, bloccando i voli dalla Cina e finendo per non sapere chi e come tornava dalla Cina, italiano o cinese che fosse. E controllando con i termometri, quando poi scopriamo il paziente zero può essere asintomatico, a 36 gradi. Allarme generale, l’Italia chiude per tutto (lutto no, muoiono solo poveri vecchi….che pena). Contrordine compagni, era poco più di un’influenza. Milano riparte. Il ritorno alla normalità è anche ritorno alla politica: Salvini che chiede governo di unità nazionale, Renzi anche, ma dopo, Conte che risponde: sono io il governo di unità nazionale. Restano alcune domande per ogni punto, risalendo all’indietro: non abbiamo nessuna prova che con un governo Salvini/Meloni o Renzi con chiunque altro sarebbe andata diversamente. L’unica cosa certa è che il virus per molti parlamentari, e specie quelli con sondaggi disastrosi, sono le elezioni. Ho il ricordo del terremoto in Friuli: tutti i partiti sospesero le guerre, come con le Olimpiadi greche. Non era meglio se parlavate di unità prima, al primo sentore che il contagio sarebbe arrivato? Impreparati, tutti, anche in questo. Altro punto. Ma se il pandemonio di stampa e tivù è il responsabile della psicosi dei giorni scorsi e abbiamo fatto male a credergli, perché dovremmo credergli adesso che fanno retromarcia? Pentimento o velina? “Calma ragazzi”, scrive Capuozzo. “Ma ci dovete ancora spiegare perché chiudono chiese e scuole e non uffici, e i bar dopo le 18. È un virus mattutino, pomeridiano, serale, notturno, non lavorativo, feriale?”, sottolinea con ironia. “Va bene, siamo i più contagiati al mondo solo perché facciamo più controlli. Ma com’è che quando i controlli li fanno, dalla Nigeria all’Olanda, i primi contagiati sono italiani? Va bene, è solo sfortuna, o il virus è razzista. O gli altri non dicono il vero, sovranisti tedeschi e francesi, avvolti dalla bandiera blu europea”. Solo ieri Capuozzo si era lasciato andare a una riflessione sull’impennata di influenze stagionali in Germania. Si era chiesto: “Il ministro della Sanità, che si è visto con il suo omologo tedesco, gli ha chiesto se qualcuno tra gli ottantamila casi di influenza in Germania è sospetto o meno? E chiedere se per caso si sono permessi il lusso di non chiudere bottega, mentre noi ci sparavamo sui piedi, con il premier in maglioncino nella protezione civile, il tutto chiuso, e il governatore di Lombardia con mascherina, e le disdette del turismo e tutto il resto?” Ah, non glielo ha chiesto, gli ha spiegato come funziona il modello italiano di record dei contagi. Poi l’affondo finale. Forse la farà Carole Rackete, questa domanda al suo governo, meno irrispettosa e meno coraggiosa di quelle che hanno fatto a lei i media italiani. "In fondo non si tratta di speronare i blindati delle Sturmtruppen. Solo una domanda sulla transparenz, come si dice in tedesco". Speciale:  Coronavirus focus Persone:  Toni Capuozzo Carola Rackete
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Firenze, madre obbliga figlia a farsi foto nuda e si finge lei sui social (Fri, 28 Feb 2020)
Accusata di sostituzione di persona, pornografia minorile e maltrattamenti in famiglia, la 52enne è stata condannata a 7 anni di reclusione. A causa del forte stress emotivo, la ragazzina è finita in ospedale Caso choc a Firenze, dove una madre di famiglia ha costretto la figlia minorenne a farsi fotografare nuda per poi inviare le immagini osè a giovani uomini incontrati suoi principali social network. Non solo, stando all'accusa, la donna avrebbe finto di essere l'adolescente per poter parlare con i ragazzi conosciuti online ed intessere delle relazioni con loro. Una storia a dir poco sconcertante quella ricostruita dagli inquirenti che si sono occupati di condurre le indagini. Considerata la giovanissima età della vittima, che ha solo 14 anni, sulla vicenda viene mantenuto il massimo riserbo, ma stando a quanto riferito dai quotidiani locali, che hanno riportato le poche informazioni rilasciate sino ad ora, la madre della minorenne sarebbe già stata condannata. Ancora ignote le ragioni che hanno spinto la donna, una 52enne, ad agire in tal modo. Decisa ad attirare l'attenzione di alcuni ragazzi su Facebook, questa aveva deciso di appropriarsi dell'identità della figlia e di utilizzare il suo profilo personale per conoscere dei ragazzi e conversare con loro in chat. Non contenta, la donna aveva costretto la ragazzina a farsi fare delle foto nuda, così da inviarle ai suoi contatti, probabilmente ignari di stare conversando con una donna adulta. Tutto pur di intraprendere una relazione con uomini più giovani. La 52enne, infatti, fingeva con loro di essere la ragazza ritratta nelle immagini. [[video 1833324]] Col passare del tempo, la situazione non aveva fatto che peggiorare, tanto che la 14enne, già provata dalle continue pressioni della madre, aveva cominciato ad accusare dei malesseri. Oltre a dover assecondare la 52enne e ad accettare che le fosse ormai stata rubata l'identità, la giovane era stata anche costretta a frequentare uno di quei ragazzi conosciuti su Facebook. Decisa a portare avanti la menzogna, la madre l'aveva infatti obbligata ad uscire con il 19enne, il quale a suo tempo aveva ricevuto, come molti altri uomini, le foto di nudo della minorenne. La sofferenza per quanto stava subendo ed il forte stress emotivo avevano infine provocato seri danni alla salute della ragazzina, finita quindi in ospedale, dove è rimasta del tempo ricoverata. Non sono stati ancora forniti dettagli su come siano iniziate le indagini. Ad occuparsi del caso è stato il sostituto procuratore Eligio Paolini, del foro di Firenze, che ha coordinato le indagini condotte dagli investigatori. Incastrata dagli inquirenti, la 52enne è stata quindi dichiarata in arresto con le accuse di sostituzione di persona, pornografia minorile e maltrattamenti in famiglia. Dichiarata colpevole dal giudice del tribunale di Firenze, la 52enne ha ricevuto una condanna a 7 anni di reclusione da scontare dietro le sbarre del carcere. Si attendono ulteriori dettagli sulla vicenda. Tag:  Facebook pornografia minorile Luoghi:  Firenze
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Medici lanciano allarme: "Noi contro il coronavirus senza protezioni" (Fri, 28 Feb 2020)
Lettera della Fnomceo all’attenzione di Attilio Fontana: "È il momento di trovare insieme i rimedi all’emergenza" La Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri ha lanciato un grido di allarme, o meglio di aiuto: "Non si può accettare che i nostri medici si trovino a fronteggiare una simile emergenza senza le dotazioni di base per una personale protezione dal coronavirus stesso". È quanto si legge in una lettera vergata e inviata dalla Fnomceo al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana, al quale chiedono di cercare insieme, agendo ciascuno per la propria parte, i migliori rimedio per trovare una soluzione all’emergenza Covid-19. Dopo aver espresso "speciale apprezzamento" per la decisione ("pur non dovuta") di autoisolamento del governatore lombardo – a causa della positività al test di una sua stretta collaboratrice regionale – che rappresenta "l’espressione di un significativo esempio istituzionale", il presidente della Fnomceo Filipppo Anelli avanza alcune richieste. Quali? Eccole: "Attivare un doppio canale, nelle zone rosse per il coronavirus, per l’assistenza sanitaria: uno, con strutture specifiche ed équipe mediche e sanitarie dedicate, per gestire il triage dei casi sospetti; l’altro, per le visite di routine. E poi, fornire ai medici i dispositivi di protezione dal virus, tuttora carenti". Il numero uno dei medici italiani Anelli traccia il quadro dell’attuale situazione, invocando inoltre il rafforzamento del coordinamento a livello nazionale e allo stanziamento di risorse dedicate al comparto sanitario. Quindi aggiunge: "Questo è un momento per il nostro Paese di prove da sostenere e da superare. Prove che stanno investendo tutti i livelli nazionali, professionali e sociali coinvolti a vario titolo nella gestione di una crisi sanitaria di eccezionale portata". Quindi, l’appello a difesa della categoria: "Non si può accettare che i nostri medici si trovino a fronteggiare una simile emergenza senza le dotazioni di base per una personale protezione dal virus stesso. La dedizione e l’abnegazione della categoria medica territoriale, ospedaliera e di tutte le diverse collocazioni professionali è ammirevole". E ancora: "I nostri medici della zona rossa e tutte le équipe mediche impegnate in tutta Italia stanno gestendo la diffusione del virus in carenza di presidi di tutela e comunque confidando solo sulla competenza e professionalità che li contraddistingue. Tutti i medici sono uguali e preziosi e vanno messi in condizione di esercitare per la tutela della collettività". Alle parole di Anelli hanno fatto eco quelle di Massimo Vajani, presidente dell’Ordine dei Medici di Lodi: "Occorre ora un aiuto concreto e urgente, che non debba fare i conti con i tempi della burocrazia. Servono tensostrutture dedicate al triage per il Covid-19, sul modello di quanto fatto in altre Regioni. Questo per riattivare i Pronto Soccorso che, come quelli di Codogno e di Casalpusterlengo, sono stati chiusi, e renderli accessibili agli altri pazienti". Tag:  medici Speciale:  Coronavirus focus
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La "Milano da mangiare" che lotta contro il coronavirus (Fri, 28 Feb 2020)
Da giorni, Milano è una città semideserta. La paura del contagio ha fatto rinchiudere gli abitanti in casa e mandato in crisi i ristoratori. Dalle pizze gratis ai pasti donati, ecco le iniziative del settore che non vuole fermarsi Milano non si ferma. È questo il messaggio che da giorni centinaia di imprenditori, personaggi dello spettacolo e gente comune hanno condiviso su tutti i social per combattere la psicosi coronavirus e non restare chiusi in casa. E mentre il video #MilanoNonSiferma ha iniziato a invadere Facebook, Instagram e LinkedIn, c'è chi sotto la Madonnina continua ad andare avanti per dare coraggio ai cittadini, invitandoli a non farsi sopraffare dalla paura. Da lunedì, Milano è una città fantasma. Metropolitane semideserte, locali vuoti, strade caratterizzate da un silenzio assordante. La paura del Covid-19 ha fatto rinchiudere gli abitanti in casa e bloccato così la capitale dell'economia italiana. Ma c'è chi non si è fermato e ha continuato a lavorare oltre la psicosi. "Non è mai successa una cosa del genere. È dura, la gente continua ad avere paura e non frequenta i locali. Tutti stanno registrando cali importanti, noi siamo in perdita ma possiamo fronteggiare la situazione perché siamo un brand forte. Ma molti locali potrebbero persino morire", ci ha spiegato Nanni Arbellini, giovane pizzaiolo campano trapiantato a Milano, co-fondatore di Pizzium. "Io questa mattina - ha continuato con voce spezzata - ho dovuto lasciare a casa due padri di famiglia. Mi sento davvero male". Locali in perdita, interi settori sull'orlo della crisi e gravi danni. Ma la battaglia per tornare alla normalità non si ferma. "Ci siamo uniti con tante realtà per far emergere la vera Milano, quella che è venuta a scomparire con il terrore mediatico", ha continuato Arbellini riferendosi all'"Unione dei Brand della Ristorazione Italiana" nata per dare un segnale di presenza e supporto alla città. "Esprimiamo il nostro senso comune decidendo di tenere aperti i nostri locali - si legge nel comunicato stampa - aderendo all'invito di Beppe Sala che richiama Milano al buon senso e invita a scongiurare atteggiamenti che possano generare eccessivo allarme, tra cui l'immagine di una città 'spenta' in tutti i sensi, senza che ve ne sia l'effettiva necessità". E mentre Arbellini continua a lanciare messaggi di incoraggiamento ai milanesi sui social, il pizzaiolo ha deciso anche di mettere le mani in pasta e rendersi utile. "Ho letto sui social gli status di persone che lavorano negli ospedali contro il virus, a cominciare da quello della virologa del Sacco, Maria Rita Gismondo, che diceva di aver mangiato solo a tarda notte. Così ho iniziato a sfornare pizze gratis per medici e infermieri", ci ha raccontato. Così Arbellini ha dato appuntamento ai volontari ("Ho scritto solo l'indirizzo, senza il nome del locale, perché il mio post voleva avere una valenza esclusivamente sociale e non pubblicitaria"). La risposta è stata forte e a destinazione sono arrivate circa 150 pizze. "È successo l'incredibile", ha continuato felice. In poche ore, la voce si è sparsa e sono arrivate chiamate anche dall'ospedale di Gallarate, nel Varesotto. "L'iniziativa era finalizzata al giorno stesso (lunedì 24 febbraio, ndr) però sto continuando a ricevere chiamate", ha spiegato. Da una settimana, Milano vive la paura del contagio. Così è partita la cosa (ingiustificata) ai supermercati, i locali si sono svuotati e le scuole sono state chiuse. Ma niente lezioni, significa anche niente mensa per gli studenti. E Milano Ristorazione si è dovuta adeguare: la società partecipata del Comune di Milano, che prepara e distribuisce circa 75mila pasti al giorno per gli alunni della città, si è subito messa al lavoro per evitare di sprecare il cibo fresco. "Domenica, quando è stata decisa la chiusura delle scuole, ci siamo subito domandati cosa fare con il cibo in scadenza - ci ha spiegato al telefono il presidente di Milano Ristorazione, Bernardo Notarangelo -. Così ci siamo messi in contatto con gli operatori del Terzo Settore per distribuire 5 tonnellate di cibo". Insalata, formaggio grattugiato, latticini e uova, destinate alle mense delle scuole milanesi, sono state donate alla Fondazione Banco Alimentare Onlus e ad altre organizzazioni attive nella raccolta e distribuzione delle eccedenze alimentari, tra le quali City Angels e Refettorio Ambrosiano. Un lavoro di riorganizzazione, ma il presidente ci tiene a precisare: "Noi non ci siamo mai fermati. Oltre alle mense scolastiche, abbiamo una serie di altre attività che non sono state sospese e che anzi sono fondamentali: forniamo, ad esempio, i pasti per i centri diurni disabili, agli anziani a domicilio e ai senzatetto. Le nostre cucine sono quindi rimaste aperte". Ora la società, così come studenti e insegnanti, è in attesa di capire quando riapriranno le scuole. Al momento, il ritorno sui banchi è previsto per lunedì 2 marzo, ma la decisione definitiva sarà presa nei prossimi giorni. "Noi abbiamo già pronto un Piano A e un Piano B - ha spiegato ancora Notarangelo -. Se le scuole non riaprono, verificheremo la presenza di ulteriori merci in scadenza nei nostri magazzini (anche se il grosso è già stato distribuito e gli ordini sono stati bloccati); in caso di apertura il prossimo lunedì, siamo già pronti con un menù da servire ai ragazzi e abbiamo previsto anche operazioni di sanificazione straordinarie". Una Milano che non si ferma e che ha tanta voglia tornare alla vita di tutti i giorni. "Io da cittadino ho continuato ad andare in giro e non mi sono chiuso in casa", ha concluso Notarangelo. "Coraggio Italia", ha esortato Nanni Arbellini. Speciale:  Coronavirus focus Luoghi:  Milano
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IlGiornale.it - Economia

Borse in rosso e lo spread torna a salire in alto (Fri, 28 Feb 2020)
Tonfo delle Borse europee in apertura trascinate al ribasso dai timori sul coronavirus I mercati azionari aprono la giornata con un tonfo. Anche stavolta legato ai timori sul coronavirus. A Piazza Affari il Ftse Mib allarga la perdita a -4%. Segno rosso anche per le principali piazze europee: Francoforte cede il 3,19%, dopo aver perso fino al 5% ed essere sceso sotto 11.900 punti; Parigi perde il 2,52%, Madrid il 2,45%, Francoforte il 3,2% e Londra il 2,9%. Sul mercato obbligazionario si registra un nuovo rialzo dello spread tra il Btp a dieci anni e il Bund tedesco, con il differenziale che schizza a 175 punti. Gli indici su Wall Street aprono in forte ribasso: il Dow Jones cede il 2,34% e il Nasdaq l'1,64%. Pesano anche le preoccupazioni per un rallentamento della crescita economica Usa. Dopo che la seconda lettura sul Pil relativo al quarto trimestre ha mostrato che l’economia Usa è cresciuta del 2,3% nel 2019 (il passo più lento dal 2016), oggi il dato sui redditi personali ha mostrato che l’inflazione su base mensile sia cresciuta solo dello 0,1% rispetto al mese precedente. Tutti in negativo i mercati asiatici. Tokyo ha chiuso questa mattina con una flessione del 3,7%. Il Giappone ha deciso di reagire al diffondersi del virus chiudendo tutte le scuole, una decisione che coinvolge 13 milioni di studenti, fino alla fine di marzo-inizi di aprile, dopo che più di 200 persone sono state colpite dal virus nel paese. La Borsa di Shanghai chiude con un calo di quasi il 4%, mentre Shenzhen è scesa di quasi il 5%. Uno sguardo sul petrolio. I timori di una riduzione della domanda fanno scendere la quotazione: il Wti segna -2,6% (dopo il -3,4% di ieri) ed è a quota 45,85 dollari. Il Brent invece fa registrare 51,01 dollari al barile, in flessione del 2,2%. Tag:  borse europee piazza affari quotazioni spread
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Coronavirus, la ricetta di Monti: "Serve più Europa" (Fri, 28 Feb 2020)
L'emergenza coronavirus ha reso fragile l'economia dell'Italia. Per il Professore uno scenario del genere si sarebbe potuto evitare. Il senatore si "affida" all'Europa Il coronavirus ha reso ancora più fragile l'economia dell'Italia, tanto che per numerosi esperti il nostro Paese rischia di finire in recessione. Secondo Mario Monti la caduta italiana non è automatica, anche se appare evidente come la diffusione dell'epidemia abbia creato scompiglio in tutto il mondo con inevitabili ripercussioni sui conti di tutti i Paesi. Intervistato dal quotidiano La Stampa, secondo l'ex premier Monti, una situazione economica del genere si sarebbe potuta evitare. Come? Con più sviluppo e meno mance elettorali. “Se nella politica di questi anni si fosse fatto uso di un po' più di Amuchina, senza nascondersi dietro tante mascherine – ha spiegato il Professore - il virus dell'antipolitica sarebbe oggi meno diffuso”. Al di là della comprensibile paura del virus (“come si fa a non averne?”), la ricetta suggerita da Monti per uscire dall'impasse coincide, né più né meno, che con più Europa: “Quando si arriva a questioni che hanno rilievo immediato al di là delle frontiere, come è per la salute pubblica questo dovrebbe vedere l' Europa impegnata con chiari poteri e risorse”. Insomma, nonostante nei mesi scorsi il senatore avesse scagliato dei dardi all'indirizzo dell'Unione europea, adesso, per Monti, l'unica risposta per far fronte all'emergenza Covid-19 sembrerebbe essere proprio Bruxelles. Scendendo nel dettaglio, è difficile prevedere cosa ci attende nel futuro anche se il Professore prova a rispondere a questa domanda: “Se in Cina o in Lombardia non si produce e non si lavora, la crescita frena. Al contempo, ansia e incertezza riducono i consumi. Gli effetti sui prezzi? C' è chi immagina un quadro che non si vede da tempo: stagflazione. Pil fermo o in calo; accelerazione dei listini al dettaglio”. Tra flessibilità ed errori del passato Per contrastare l'emergenza sanitaria l'Italia chiede all'Unione europea maggiore flessibilità. Monti sottolinea subito i limitati margini della politica monetaria dei singoli Stati e i risicati spazi della politica di bilancio. In ogni caso, nota il Professore, “sarebbe utile fare più deficit per contrastare l' effetto recessivo del virus, ma non tutti potranno permetterselo nella stessa misura”. A questo proposito la richiesta italiana avrebbe un lato nascosto: “I maggiori disavanzi sarebbero ancora una volta per spesa corrente, non per investimenti. Agli italiani di domani lasceremmo maggiore debito non coperto da un maggiore capitale”. È questo che secondo Monti era evitabile: lasciare maggiore debito. “L' Italia dopo due anni di pesanti sacrifici purtroppo non evitabili era uscita dalla crisi finanziaria nel 2013. Gran parte dei sette (dico 7!) anni successivi hanno goduto di un contesto internazionale molto favorevole, che gli altri paesi hanno saputo trasformare in crescita. L' Italia no”. Riforme strutturali insufficienti, contro-riforme sparse e interventi buoni solo a prendere voti e non a far crescere il Paese: è questa la colpa che il Professore dà ai governi del recente passato. “Con i tassi tenuti così bassi dalla Bce – ha aggiunto Monti - si sarebbe dovuto spingere di più per la crescita che non sui sussidi elargiti in disavanzo, dagli 80 euro all' assegno di cittadinanza”. Speciale:  Coronavirus focus
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I risparmi al tempo del virus (Fri, 28 Feb 2020)
L'emergenza Coronavirus offre ghiotte occasioni. Il parere degli esperti: puntare sui tassi Usa a lungo termine ma anche sull'oro, sullo yen e sul franco svizzero In periodi di emergenza alcuni investitori, presi dal panico, potrebbero fare mosse azzardate e rischiare di finire travolti dalla volatilità dei mercati. Ecco perché, ai tempi del coronavirus, è importante navigare in borsa con la massima prudenza e tutelare i propri investimenti. Fra i consigli da seguire, sottolinea il quotidiano Il Messaggero, ci sono innanzitutto alcuni piccoli accorgimenti da fissare in memoria. Tra questi: diminuire gli asset rischiosi in portafoglio, attuare scelte più difensive del solito ma soprattutto adottare una strategia che guardi al lungo periodo. Amundi, società di asset management, ha spiegato che l'esposizione ai mercati azionari ha fin qui permesso di godere di benefici di ogni tipo ma che adesso l'incertezza derivante dal coronavirus ha ridefinito lo scenario. Data la situazione è molto conveniente puntare sui tassi Usa a lungo termine ma anche sull'Oro, sullo yen e sul franco svizzero. Per quale motivo? Matteo Germano, Chief investment officer di Amundi spiega che quelli appena citati sono “asset che fungono da bene rifugio nelle fasi di tensione ma anche di protezioni su azioni e credito”. Per quanto riguarda i bond gli esperti consigliano di preferire il debito societario europeo investment grade, lo stesso che è supportato tanto dal Quantitative easing della Bce quanto dalla domanda degli investitori. Sul fronte hig yield, Europa in vantaggio sugli Usa. È preferibile puntare sul Vecchio Continente in quanto oltre Oceano c'è un mercato caratterizzato da “maggiore leva finanziaria”. Titoli italiani e altre occasioni Arriviamo al fronte italiano. In Italia la situazione di emergenza scaturita dalla diffusione del coronavirus ha creato paura all'interno della società ma anche timore nei mercati azionari. Il governo ha aggiustato il tiro facendo capire agli investitori che la lotta al Covid-19 è il primo obiettivo conclamato ma nel frattempo, quanto accaduto, ha prodotto effetti più o meno seri sull'intero sistema. A questo proposito vale la pena prendere in esame l'impennata dello spread Btp-Bund, schizzato oltre i 160 punti, ma anche il rendimento del titolo decennale all'1,07%. I titoli italiani, dunque, sono deboli. Eppure non mancano le occasioni, agevolate dal piano di acquisti della Bce e dai rendimenti positivi offerti dall'Italia. Oltre i confini del nostro Paese, l'azione delle varie banche centrali potrebbero offrire altrettante opportunità in merito ai bond sovrani asiatici. Capitolo azionario. I tassi di interesse sono bassi quindi è impossibile non prescindere dall'azionario nonostante le minacce rappresentate dal coronavirus, a maggior ragione per i soggetti interessati a conservare il loro patrimonio a lungo termine. Prendiamo a titolo esemplificativo i profitti delle aziende Usa: i loro profitti sono destinati ad azzerarsi in caso di pandemia. È però pur vero che le valutazioni del mercato azionario americano hanno retto anche di fronte a tassi di interesse record. Speciale:  Coronavirus focus
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Altro rinvio per Ilva. E arriva l'ultimatum (Fri, 28 Feb 2020)
Slitta incontro tra commissari e Mittal. Il sindaco: «Risposte entro 30 giorni o si chiude» Firma si, firma no. Nuovo giallo sul dossier Ilva. Per tutta la giornata di ieri si sono rincorse voci di un'imminente accordo tra le parti, con il piano definitivo dato per fatto da diverse fonti legali che accreditavano la firma finale a oggi. Ma a stretto giro è arrivato uno strano chiarimento da Roma: «Non è prevista alcuna firma questa settimana sull'ex Ilva tra ArcelorMittal e i commissari dello stabilimento tarantino», spiegano fonti del ministero del ministero dello Sviluppo economico. Vero o verosimile, il quadro che emerge ancora una volta sulla vicenda è confuso. Ufficialmente, la ragione dell'ennesimo slittamento sarebbe tecnica e relativa alla mancata acquisizione delle firme dei ministri interessati. Una motivazione alquanto debole che lascia ancora in sospeso la modifica del contratto di affitto e acquisizione per rinnovare il polo siderurgico e la cancellazione della causa civile avviata a Milano. Così come restano nel limbo i lavoratori. I sindacati continuano, infatti, a rimanere esclusi dalla trattativa. E la questione occupazione è ormai certo che non sarà nel perimetro dell'accordo. Il capitolo occupazionale dovrebbe essere definito più avanti nella consapevolezza che nel periodo di transizione, dal vecchio al nuovo polo siderurgico, probabilmente sarà necessario ricorrere ad una cassa integrazione temporanea in attesa di sapere, quando lo stabilimento lavorerà a pieno regime (si prevede che all'inizio del 2023 siano in funzione Afo4, Afo5, il preridotto a gas e il forno elettrico), quale sarà l'effettiva forza lavoro da impiegare. La formalizzazione dell'intesa, dunque, salvo ulteriori rinvii, dovrebbe arrivare settimana prossima e comunque entro il 6 marzo, data della prossima udienza. Dopo la firma delle intese, partiranno quelle che sono state definite le "iniziative formali", tra cui il deposito al giudice civile Claudio Marangoni delle "iniziative di rinuncia" delle due parti: da un lato Mittal ritirerà l'atto di citazione con cui aveva annunciato il recesso dal contratto lo scorso novembre, e dall'altro, i commissari dell'ex Ilva ritireranno il ricorso cautelare d'urgenza col quale avevano contrastato l'addio del gruppo franco indiano. Tra gli altri punti presenti nell'accordo ci sono un aumento del capitale, che verrà sottoscritto da Palazzo Chigi alla fine di novembre e il rinnovo totale dell'Altoforno5 e con la realizzazione del forno elettrico in linea con il piano industriale green. In questo scenario più o meno definito non mancano però i problemi. Da Taranto è arrivata una dura presa di posizione del sindaco Rinaldo Melucci che ha firmato un'ordinanza con la quale intima ad ArcelorMittal e ad Ilva in amministrazione straordinaria di individuare gli impianti interessati dai «fenomeni emissivi» dannosi per la salute, che si continuano a registrare, e di eliminare «gli eventuali elementi di criticità e le relative anomalie entro 30 giorni». In caso contrario si chiede la loro fermata.
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Con la spinta del governo Tim preme sul progetto fibra (Fri, 28 Feb 2020)
Il cda sottolinea la posizione positiva di Gualtieri nel piano Telecom-Open Fiber. E conferma l'offerta di Kkr Rete bollente in Telecom Italia. Inizia infatti a concretizzarsi il progetto per una rete digitale ultraveloce su cui possa correre l'intero Paese. Ieri il cda dell'ex monopolista ha apprezzato il lavoro svolto nella creazione di una rete ultraveloce, ha preso atto positivamente dell'offerta non vincolante del fondo Kkr di affiancare in esclusiva Tim nello sviluppo della rete e si è aggiornato sul progetto di nozze con Open Fiber. In Piazza Affari tuttavia Tim, dopo il rally corso nelle ultime sedute, ha ritracciato e ha chiuso la seduta in calo delle lo 0,2% a 0,527 euro. Dopo le indiscrezioni circolate sul mercato negli ultimi giorni, Tim ha quindi ufficializzato l'ingresso nella partita della banda larga di Kkr. Il gruppo tlc, lo scorso novembre, aveva invitato una dozzina di fondi presentare un'offerta volta alla creazione di un campione nazionale nella rete in fibra, iniziando dall'obiettivo di arrivare a connettere, entro il 2023, 39 capoluoghi di provincia e 1,3 milioni di famiglie. Un progetto destinato, almeno nelle intenzioni, a confluire nella auspicata integrazione tra la rete di Tim e quella di Open Fiber, l'operatore controllato dalla Cdp (a sua volta tra gli azionisti di Tim con il 9,9% del capitale) e da Enel che nel frattempo continua ad estendere la propria rete in fibra ottica valutata attualmente dagli analisti intorno ai 3 miliardi. Lo scorso giugno Tim aveva comunicato di aver sottoscritto con Cdp ed Enel un accordo di confidenzialità volto ad avviare un confronto finalizzato a valutare le possibili forme di integrazione delle reti in fibra ottica di Tim e Open Fiber anche attraverso operazioni societarie. Ma finora il progetto di nozze si è arenato su questioni molto prosaiche: dalla valutazione delle attività alla governance. A differenza degli ultimi mesi, il pressing politico per una unificazione delle reti sta aumentando, come sottolineato da Tim nella nota pubblicata al termine del vertice. L'integrazione delle reti, è un progetto apprezzato e sostenuto dalle istituzioni nazionali come testimoniato dall'importante affermazione resa ieri (mercoledì ndr) dal ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha rilevato Tim. Il ministro infatti ha invitato Tim e Open Fiber a raggiungere un accordo che unifichi le infrastrutture di rete, eviti la duplicazione degli investimenti e permetta all'intero Paese di muoversi su una rete digitale ultraveloce. Salvatore Rossi, presidente di Tim, intervenendo nel merito ha commentato che l'integrazione delle reti prima è e meglio è. Quanto a Franco Bassanini, presidente di Open Fiber, dopo aver apprezzato che la volontà di Tim di mettere fine alla tradizionale strategia intesa a diluire nel tempo le infrastrutture in rame o ibride alle tlc di nuova generazione, ha tuttavia voluto sottolineare come un eventuale ritorno a una infrastruttura di rete unica comporti, almeno secondo le indicazioni del Parlamento, che la rete sia terza e neutrale per salvaguardare la concorrenza fra i competitori sul mercato.
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Botta di tasse (col Coronavirus) (Fri, 28 Feb 2020)
Non si fermano le sprangate fiscali sul Nord. Il 2 marzo si pagano 4 balzelli. La rivolta: "Non c'è solo la zona rossa" L'emergenza Coronavirus adesso tocca il portafoglio. Tutto il Nord ha combattuto e sta combattendo contro il virus che ha stravolto la vita degli italiani e soprattutto il portafoglio. Il governo, come è noto, ha bloccato le cartelle, le imposte e anche i mutui nella zona rossa. Ma di fatto resta tutto il Nord che è nella zona gialla a dover mettere mano ai contanti per pagare le imposte che virus o non virus arriveranno presto. E così col nuovo mese, già dai primissimi giorni di marzo, si parte con una sfilza di imposte da pagare che proveranno ulteriormente le tasche già vuote dei contribuenti. Si parte lunedì 2 marzo con la rata bimestrale del bollo. Poi si passerà alla prima rata bimestrale dell'imposta di bollo relativa alla dichiarazione presentata entro il 31 gennaio 2020. Ma non finisce qui: l’imposta di registro sui contratti di locazione e affitto stipulati dal 1/02/2020 o rinnovati tacitamente con decorrenza dal 1/02/2020. Ma attenzione: anche a metà mese c'è da aprire il portafoglio. Infatti il prossimo 16 marzo scatta anche il versamento delle ritenute alla fonte su indennità di cessazione del rapporto, la liquidazione e del versamento dell’Iva relativa al mese precedente. Tutto qui? No. C'è anche il pagamento dell’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali sulle somme erogate ai dipendenti nel mese precedente. Questo giro di tasse si conclude il 18 marzo con i versamenti delle imposte e delle ritenute non fatte in misura sufficiente entro il 17 febbraio. E adesso, come ricorda laVerità, i commercialisti sono sul piede di guerra e mandano un messaggio chiaro all'esecutivo: "Bisogna estendere le misure di cui al decreto del 24 febbraio 2020 anche ai soggetti residenti o stabiliti nelle cosiddette zone gialle che stanno subendo limitazioni lavorative e di mobilità analoghe a quelle dei Comuni delle zone rosse", ha affermato il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, Massimo Miani. Insomma gli addetti ai lavori del settore tributario chiedono una tregua immediata al governo su tutto il fronte del Nord. Un fronte che come sappiamo bene è il motore dell'economia italiana e in questi giorni di crisi dovuta al Coronavirus non ha nessuna voglia di restare schiacciato sotto il macigno del Fisco. In questo momento si registra un gesto che va sottolineato solo da Cassa depositi e prestiti che ha differito il pagamento delle rate dei mutui 2020 degli enti locali. Ma la mossa che può davvero salvare il tessuto economico del nord tocca al governo. A pagare le conseguenze del virus non c'è la zona rossa, ma tutta l'Italia che produce. Tag:  tasse imposte Speciale:  Coronavirus focus
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Le Borse vanno a picco: l'effetto del coronavirus (Thu, 27 Feb 2020)
 Url redirect:  https://it.insideover.com/economia/il-coronavirus-affossa-le-borse.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect Le Borse vanno a picco: l'effetto del coronavirus
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Lombardia, bar aperti ma aziende a rischio (Thu, 27 Feb 2020)
Serrande alzate dopo le 18 con il servizio ai tavoli. Le imprese: «Emergenza» Una boccata d'ossigeno in un mare di preoccupazioni, a cui dà voce Assolombarda. Arriva la riapertura dei bar dopo le 18 ed è un segnale distensivo, ma ancora prevale l'ansia per la condizione delle imprese, di tutte le dimensioni e in tutti i settori, dall'industria ai pubblici esercizi. La decisione, che va in direzione di un lento ritorno alla normalità, arriva dalla Regione Lombardia, che ieri ha chiarito il senso dell'ordinanza tesa a limitare l'affollamento delle persone nei bar. Lo ha fatto pubblicando sul sito portale regionale una «Faq», cioè una nota di chiarimento con domanda e risposte. «I bar e/o pub che prevedono la somministrazione assistita di alimenti e bevande - si legge - possono rimanere aperti come i ristoranti, a condizione che sia rispettato il vincolo del numero massimo di coperti previsto dall'esercizio». La Regione chiarisce che «nei ristoranti può entrare un numero contingentato di persone. Lo stesso, dunque, vale anche per i bar dove ci sono posti a sedere contingentati e che effettuano servizio al tavolo e non al bancone». Insomma, i bar saranno trattati come i ristoranti e potranno accogliere clienti e avventori anche dopo le 18, purché serviti al tavolo dal personale. La Regione precisa che l'ordinanza firmata domenica dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana e dal ministro della Salute, Roberto Speranza «non è stata né modificata né aggiornata e resta pienamente in vigore», quindi quella di ieri è solo un'interpretazione autentica. E la nota torna a spiegare la finalità originaria del provvedimento. «L'obiettivo nelle aree regionali classificate come gialle - si legge nel comunicato - è quello di limitare le situazioni di affollamento di più persone in un unico luogo». La boccata d'ossigeno per i bar non basta certo a risolvere le preoccupazioni delle attività economiche di un'intera regione, la più produttiva d'Italia. Gli imprenditori sono in ambasce e di queste preoccupazioni si fa interprete in primo luogo il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi. «Siamo in emergenza economica. L'impatto del coronavirus sull'economia globale lo sconteremo duramente» ha previsto Bonomi, invitando ad evitare allarmismi per non peggiorare la situazione. «Fermare la Lombardia, che era già in forte rallentamento - ha detto - significa frenare oltre un quinto del Pil italiano e dare un duro colpo a tutta la filiera dell'industria, che rischia di impiegare mesi a recuperare lo svantaggio economico con il resto del mondo». In questa regione, ha proseguito, «lavorano un quarto degli addetti del manifatturiero italiano, da cui deriva oltre il 27% dell'export nazionale. Bisogna contenere i toni di allarmismo: siamo al paradosso di dover garantire ai partner commerciali l'assoluta idoneità e sicurezza dei prodotti delle nostre imprese». Ma non è solo Assolombarda: 81 sindaci dell'hinterland milanese hanno scritto una lettera aperta al presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, chiedendogli di farsi «interprete con il governo della richiesta di un sostegno concreto alla vita economica e produttiva dei Comuni lombardi». Speciale:  Coronavirus focus
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Psa in salute: "Conti record. Pronti alla fusione con Fca" (Thu, 27 Feb 2020)
Tavares: «Non vediamo l'ora di entrare in una nuova era con Torino». Giù le vendite globali Groupe Psa si prepara alle nozze con Fca portando in dote un bilancio 2019 da record che la Borsa di Parigi premia con un +5,9%. «Abbiamo ottenuto questi risultati per merito di un approccio agile, orientato al cliente e socialmente responsabile», il commento dell'ad Carlos Tavares. Crescono dell'1% i ricavi del gruppo (74,7 miliardi) e quelli della divisione Automotive (+0,7% a 58,943 miliardi). In aumento anche il risultato operativo corrente (+11,2% a 6,324 miliardi) e quello della divisione Automotive (+12,8% a oltre 5 miliardi). Stabilito il paganento di una cedola pari a 1,23 euro. Altri dati: 3,2 miliardi di risultato netto e 3,3 miliardi di free cash flow dell'unità Automotive. In calo le vendite (-10,3% a 3,479 milioni di veicoli). Giù il principale mercato, l'Europa: -2,8% a poco più di 3 milioni di vetture. Tavares, archiviato l'esercizio 2019, guarda avanti. «Due le priorità: l'unione con Fca e la transizione energetica. «Siamo pronti - afferma - per offrire una mobilità pulita, sicura e accessibile ai clienti. Basandoci sul nostro modello di business e sullo spirito combattivo che si è dimostrato efficiente, non vediamo l'ora di entrare in una nuova era grazie al progetto di fusione con Fca». Dal 2014, quando è approdato a Psa, in arrivo dalla concorrente Renault, Tavares ha radicalmente stravolto il gruppo concentrandosi sul taglio delle spese e l'aumento delle dimensioni con l'acquisizione, nel 2017 da Gm, di Opel/Vauxhall. I due marchi, in proposito, nel 2019 hanno raggiunto i target previsti dal programma di rilancio «Pace!», con un utile operativo adjusted pari a 1,1 miliardi e un margine al 6,5%. Il futuro capo operativo di Fca-Psa ha precisato che con l'ormai prossima fusione «nel 2021 i costi di ristrutturazione non aumenteranno perché a unirsi sono due società in buona salute». Il top manager di Psa, parlando con gli analisti, si è poi soffermato sul tema CO2. «Nulla - la sua risposta - ci farà deragliare dall'obiettivo di fare ancora meglio. La fusione non sarà una minaccia, ma un'opportunità per migliorare tutti i marchi». E a proposito di Fca: «Anche loro hanno le tecnologie in questo ambito». Sui tempi che porteranno alle nozze con Fca, Tavares non ha aggiunto novità: occorreranno tra i 12 e i 14 mesi. Altro tema caldo è la Cina. «Le fabbriche di Wuhan - epicentro dell'epidemia da Coronavirus - dovrebbero riaprire nella seconda settimana di marzo». Il virus ha ulteriormente penalizzato il business di Psa sotto la Muraglia, annullando «il leggero miglioramento in atto». A festeggiare, intanto, sono i dipendenti del gruppo, in particolare quelli con la busta paga più leggera: per loro un bonus di 4.100 euro rispetto ai 3.810 euro precedenti. Fca (ieri +4,6% in Borsa), da parte sua, distribuirà ai soci una cedola di 0,70 euro per azione (1,1 miliardi). L'ad Mike Manley ha ricevuto, nel 2019, una remunerazione di 13,28 milioni, con l'89% dovuto alla parte variabile del compenso e un aumento dai 2,98 milioni incassati nel 2018. Per il presidente John Elkann remunerazione di 3,8 milioni.
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Mediaset batte Vivendi anche in Olanda (Thu, 27 Feb 2020)
Respinto su tutti i punti l'ennesimo ricorso dei francesi. In Piazza Affari titolo a +4,5% Avanti tutta con Mfe. Mediaset si avvicina alla meta di portare la sede legale in Olanda e di riunire in una unica holding, permettendo così la realizzazione di economie di scala, la società italiana e la controllata spagnola. Ieri infatti il tribunale di Amsterdam ha rigettato l'ennesima istanza di Vivendi con le quali si chiedeva di bloccare l'operazione prevista da Mediaset, fortemente voluta dai suoi vertici, l'ad Pier Silvio Berlusconi e il presidente Fedele Confalonieri. La corte di Amsterdam ha dunque respinto tutte le richieste di Vivendi, ritenendo che il sistema di voto maggiorato previsto è conforme alla legge olandese e così pure l'intero piano di fusione. E che anche l'esito dell'istanza proposta alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che dovrà esprimersi sul ricorso dei francesi contro la norma italiana che ha imposto il congelamento del 19,9% della sua quota di Mediaset nel trust Simon Fiduciaria, è, al momento, incerto. Inoltre la nuova entità Mfe non viola le norme olandesi sulla fusione. Insomma il tribunale olandese avrebbe deciso su quanto scritto nella sentenza presso il Tribunale di Milano, dove la giudice Elena Crugnola ha sottolineato che lo stop all'operazione avrebbe avuto gravi conseguenze su Mediaset, sui suoi azionisti e sui suoi dipendenti. Ora manca solo il via libera da parte della Corte di Madrid per perfezionare l'operazione anche se Vivendi, come da copione, non si arrende e ha già espresso la volontà di presentare appello verso la sentenza. In settimana erano filtrate notizie di un possibile accomodamento tra le parti con Mediaset pronta a rilevare il 19,9% delle sue azioni che oggi sono in mano a Simon Fiduciaria e a rinunciare a tutti i risarcimenti chiesti a causa del mancato rispetto del contratto che avrebbe portato Vivendi a rilevare la pay tv Mediaset Premium. Insomma una partita complicata che vede contrapposti Mediaset e il suo socio «scomodo» Vivendi, titolare di un 28,8% di azioni ma solo per il 9,9% con diritto di voto, dopo la decisione presa da Agcom in base alla legge italiana che vieta la contemporanea presenza rilevante in società media e di tlc come sono per l'appunto Mediaset e Telecom di cui i francesi detengono una quota del 23,9%. Dopo il giudizio spagnolo, che dovrebbe decidere a breve, Mediaset potrà procedere alla fusione entro i tempi stabiliti dalla normativa cioè il prossimo agosto. Secondo Vivendi, contrarissima alla fusione perchè, a suo dire, comporterebbe un grave danno agli azionisti di minoranza, «la Corte non ha potuto condurre una discussione completa». Il motivo sarebbe che Mediaset ha presentato solo da pochi giorni una nuova proposta di fusione. E, secondo Vivendi, la nuova proposta deve prima essere esaminata da un notaio. «Se il notaio dovesse decidere che la fusione può andare avanti - ha scritto Vivendi- possiamo presentare una nuova richiesta di provvedimenti provvisori». Ieri il titolo Mediaset è salito del 4,5%, forse a significare che il mercato, a questo punto, considera la fusione in discesa.
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Malagò sulla lotta scudetto: "Dittatura Juventus finita, Lazio favorita" (Fri, 28 Feb 2020)
Il numero uno del Coni ha dato la sua opinione sull'appassionante lotta scudetto a tre: "Chi favorito ora? Chi è concentrato un una sola competizione può riversarvi tutte le energie fisiche e mentali" La lotta scudetto è entrata ormai nel vivo con tre squadre che si daranno battaglia, o almeno si spera, fino all'ultima giornata. La Juventus di Maurizio Sarri comanda la classifica con 60 punti frutto di 19 vittorie, 3 pareggi e 3 sconfitte. I bianconeri vantano il quarto miglior attacco dietro a Atalanta, Lazio e Inter e la terza miglior difesa dietro ai nerazzurri di Antonio Conte e ai biancocelesti di Simone Inzaghi. La Lazio è seconda a un solo punto di distanza dalla Juventus ed è reduce da 20 risultati utili consecutivi. 18 vittorie, cinque pareggi e solo due sconfitte per il secondo attacco e seconda difesa del campionato. L'Inter occupa invece la terza piazza a quota 54 punti ma con una partita da recuperare, quella del Meazza contro la Sampdoria di Claudio Ranieri. I nerazzurri vantano la miglior difesa del campionato e il terzo miglior attacco e in 24 giornate hanno messo insieme 16 vittorie, sei pareggi e sole due sconfitte. Juventus e Inter hanno ancora due impegni ulteriori rispetto ai biancocelesti: Champions, Europa League e Coppa Italia. La squadra di Inzaghi potrà contare su più energie fisiche e mentali dato che dovrà concentrarsi solo sul campionato essendo uscita nei quarti di finale della Coppa nazionale contro il Napoli di Gennaro Gattuso e dai gironi di Europa League essendo arrivata terza dietro a Cluj e Celtic Glasgow, entrambe estromesse dalla competizione. Malagò dice la sua sulla lotta al titolo Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha dato la sua opinione in merito alla corsa scudetto dando per favorita la Lazio di Simone Inzaghi. Ecco le sue parole riprese da Sportmediaset: "Mi pare dato acquisito che sia finita la dittatura della Juventus. Chi favorito ora? Chi è concentrato un una sola competizione può riversarvi tutte le energie fisiche e mentali: la Lazio vive questa condizione. Se penso alle incertezze del calendario, anche per la situazione coronavirus, non vorrei essere panni di Conte". Al momento Lazio e Inter si sono già affrontate tra andata e ritorno e lo scontro diretto è in totale parità. Ad oggi la Juventus è in vantaggio contro i nerazzurri avendo vinto la sfida d'andata mentre è in svantaggio con i biancocelesti avendo perso la gara d'andata. I prossimi due scontri diretti del primo marzo tra Juventus-Inter e del 26 aprile tra Juventus e Lazio daranno il quadro definitivo in caso di arrivo a pari punti dove sarà la differnza reti a farla da padrona in caso di assoluta parità. Segui già la pagina di sport de ilGiornale.it? Tag:  FC Inter Juventus SS Lazio Persone:  Giovanni Malagò
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Europa League, l'Inter pesca il Getafe. Per la Roma il Siviglia dell'ex Monchi (Fri, 28 Feb 2020)
Inter e Roma hanno evitato lo scontro diretto negli ottavi di finale di Europa League. I nerazzurri affronteranno il Getafe, andata a San Siro e ritorno in Spagna. I giallorossi se la vedranno contro il Siviglia con la sfida di ritorno all'Olimpico L'urna di Nyon è stata benevola ma non troppo con Inter e Roma che hanno sorteggiato la quarta e la quinta forza del campionato spagnolo dietro alle più quotate Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. I nerazzurri sono stati sorteggiati con il Getafe che nei sedicesimi ha fatto fuori gli olandesi dell'Ajax, mentre i giallorossi se la vedranno contro il Siviglia che ha estromesso con il brivido i rumeni del Cluj. L'Inter giocherà la sfida d'andata giovedì 12 marzo al Meazza e ancora non si sa se sarà a porte chiuse o meno, il ritorno in Spagna la settimana successiva nel caldissimo Coliseum Alfonso Perez. I giallorossi, invece, se la vedranno contro il Siviglia dell'ex Milan Suso e del grande ex Monchi: l'andata in Spagna al Ramón Sánchez Pizjuán, il ritorno all'Olimpico di Roma la settimana successiva, il 19 marzo. Variabile impazzita L'Inter se la vedrà contro il Getafe, quinta forza della Liga, scavalcato in classifica dal Siviglia nell'ultimo turno finito 0-3 per gli andalusi. La squadra allenata da José Bordalás Jiménez è molto solida e con qualche buona individualità. Dodici vittorie, sei pareggi e sette sconfitte per un totale di 42 punti e una sola lunghezza di distanza dal Siviglia quarto che se finisse oggi il campionato finirebbe in Champions League. Il Getafe è un avversario molto pericoloso e non va sottovalutato anche perché nel turno precedente ha eliminato l'Ajax di ten Hag. L'Inter ce la può fare ed è leggermente favorita ma dovrà vendere cara la pelle contro gli spagnoli. La Roma contro il suo passato La Roma di Fonseca ha estromesso a fatica il Gent ma ora avrà modo di rifiatare e di preparare al meglio la sfida contro il Siviglia, quarto in Liga e che ha vinto diverse volte questa competizione. Non è più la squadra degli ultimi anni ma rappresenta sempre un'insidia e non è da prendere troppo in considerazione che abbiano fatto molta fatica ad estromettere i rumeni del Cluj che sono usciti con due pareggi (1-1 in Romania e 0-0 in Spagna). Qui la favorita, seppur di poco, sembra essere il Siviglia ma nei 180 minuti può succedere di tutto ma il livello di gioco dovrà alzarsi per non incappare in brutte sorprese. Ecco gli altri accoppiamenti degli ottavi di finanle di Europa League Istanbul Baseksehir-Copenaghen Olympiakos-Wolverhampton Glasgow Rangers-Bayer Leverkusen Wolfsburg-Shakhtar Donetsk Eintracht Francoforte/Salisburgo-Basilea Manchester United-Lask Segui già la pagina di sport de ilGiornale.it? Tag:  Europa League FC Inter AS Roma Getafe Siviglia
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Sarri si gioca la panchina della Juventus: Inter e Lione decisive (Fri, 28 Feb 2020)
Le sfide contro l'Inter di Antonio Conte e contro il Lione di Rudi Garcia in Champions League saranno fondamentali per la permanenza di Sarri sulla panchina della Juventus La Juventus sta vivendo una stagione particolare, strana e questo nonostante sia ancora in corsa per tutti e tre gli obiettivi stagionali: campionato, Coppa Italia e Champions League. Maurizio Sarri è in discussione visto che la sua squadra sembra involuta dal punto di vista fisico e tattico e la sconfitta bruciante di Lione pesa come una mannai sulla testa del tecnico toscano che dovrà qualificarsi ai quarti di Champions League per salvare la panchina. Secondo quanto riporta la Gazzetta dello Sport, infatti, il futuro dell'ex tecnico di Napoli e Chelsea si gioca nel giro di 16 giorni tra la sfida di domenica sera che si disputerà a porte chiuse all'Allianz Stadium contro l'Inter di Antonio Conte e la sfida di ritorno degli ottavi di finale di Champions, sempre allo Juventus Stadium, contro il Lione di Rudi Garcia. I bianconeri, ovviamente, hanno tutte le carte in regola per poter rimontare l'1-0 maturato in terra francese ma se questo non dovesse succedere la sua permanenza sulla panchina della Vecchia Signora sarebbe messa in discussione. Il punto della situazione La Juventus giocherà il ritorno delle semifinali di Coppa Italia il 4 marzo allo Stadium contro il Milan di Stefano Pioli. All'andata finì 1-1 a San Siro e a Torino mancheranno tre uomini chiave per i rossoneri come Zlatan Ibrahimovic, Theo Hernandez e Samuel Castillejo. I bianconeri sono dunque favoriti per approdare in finale di Roma che si giocherà il 13 maggio allo stadio Olimpico contro la vincente del match tra il Napoli di Gattuso e l'Inter di Conte. In campionato la situazione è equilibrata come non mai negli ultimi nove anni. La Juventus guida la classifica con 60 punti, con un solo punto di vantaggio sulla Lazio di Simone Inzaghi che domani se la vedrà contro il Bologna di Sinisa Mihajlovic: se dovessero vincere, i biancocelesti si prenderebbero il primato per oltre 24 ore in attesa del big match Juventus-Inter. Battere i nerazzurri per i bianconeri è quasi un obbligo per spegnere le ambizioni scudetto della squadra di Conte, per il morale e per non darne troppo alla Lazio che sogna di poter vincere lo scudetto a distanza di 20 anni dall'ultima volta. Infine, in Champions League, la situazione è chiara e lineare: la Juventus dovrà vincere con due o più gol di scarto se vorrà passare il turno e contro il modesto Lione di Rudi Garcia resta ancora ampiamente favorita nonostante l'1-0 dell'andata. I bianconeri hanno giocato una partita sotto ritmo per 70 minuti con Sarri e tutto l'ambiente che sono però convinti di poter rimontare il risultato negativo maturato in Francia. Uscire dalla Champions League a metà marzo e contro un avversario morbido come il Lione sarebbe una delle più grandi delusioni stagionali degli ultimi anni. Segui già la pagina di sport de ilGiornale.it? Tag:  Juventus Lione Championa League Persone:  Maurizio Sarri
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Fisichella e lo scherzo delle Iene: la figlia si fa la quarta di seno (Fri, 28 Feb 2020)
Le Iene hanno fatto un'altra vittima eccellente: Giancarlo Fisichella a cui è stato fatto credere che la figlia si fosse sottoposta ad un intervento chirurgico al seno ad insaputa sua e della moglie Giancarlo Fisichella è stato un pilota di Formula Uno per ben 13 anni: dal 1996 al 2009. Il 47enne romano nel corso della sua lunga carriera ha corso per diverse scuderie: Minardi, Jordan, Benetton, Sauber, Renault e Force India. Il suo miglior piazzamento in un mondiale di Formula Uno è stato il quarto posto nel 2006 quando correva con la Renault quando riuscì ad ottenere una vittoria e quattro terzi posti. Nel corso della sua carriera ha ottenuto tre vittorie, 19 podi, quattro pole position e due giri veloci. Fisichella è sempre stato una persona molto riservata e un naturalmente un grande amante della velocità ma questa volta ha dovuto affrontare un avversario ben più temibile delle curve di un tracciato di Formula Uno: le Iene. L'ex pilota, infatti, è caduto nella trappola del programma di Italia Uno che l'ha colpito nel suo punto debole: la figlia. La ricostruzione Carlotta, infatti, ha 20 anni e studia a Londra ma è rientrata a Roma per sostenere l'esame della patente e durante un viaggio in macchina con il padre parte lo scherzo architettato dalle Iene. La ragazza gli racconta di essersi innamorata di un uomo più grande di lei, 30 anni contro i suoi 20, e di volere andare con lui in Polinesia. In realtà Fisichella scoprirà in seguito che l'uomo in questione, francese, è in realtà molto più grande di sua figlia. Ma lo scherzo deve ancora entrare nel vivo perché Fisichella riceve una chiamata da un chirurgo che gli dice di recarsi presso una clinica romana perché sua figlia è lì ricoverata per un intervento chirurgico. L'ex campione di Formula Uno si presenta in clinica con la moglie, complice delle Iene, e scopre come la figlia sia sia sottoposta senza dire niente ai genitori ad un intervento chirurgico al seno facendosi una quarta misura. Dopo una lunga ramanzina alla figlia, lo sconsolato Fisichella si ritrova faccia a faccia con il fantomatico fidanzato della figlia e lì la reazione dell'ex pilota della Renault inizia a farsi un po' troppo calda con le Iene che intervengono per scongiurare qualsiasi tipo di contatto fisico tra Giancarlo e il "fidanzato" della figlia che aveva di fatto pagato il finto intervento chirurgico al seno a Carlotta. Fisichella a questo punto tira un grande sospiro di sollievo ma non prima di aver mandato a quel paese in maniera simpatica le Iene. Giancarlo Fisichella non ha preso benissimo il ritocchino della sua primogenita ventenne: stava per picchiare il nostro Alessandro Di Sarno! #LeIene https://t.co/xcjEYCOsqP — Le Iene (@redazioneiene) February 27, 2020 Segui già la pagina di sport de ilGiornale.it? Tag:  Formula 1 Benetton Renault Persone:  Giancarlo Fisichella
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Siparietto Conte: "Ha sentito le parole di Agnelli?", e il tecnico dell'Inter se ne va (Fri, 28 Feb 2020)
Antonio Conte sente particolarmente la sfida contro la Juventus che può valere una buona fetta di scudetto. L'allenatore dell'Inter nel post Ludogorets ha preferito non rispondere ad una domanda su Agnelli L'Inter di Antonio Conte ha ottenuto quello che voleva e con il minimo sforzo: qualificazione agli ottavi di finale di Europa League senza spremersi troppo contro i bulgari del Ludogorets sconfitti con il risultato di 2-1 grazie ai gol di Cristiano Biraghi e Romelu Lukaku. L'allenatore salentino ha dunque commentato la situazione surreale di dover giocare a porte chiuse per via del coronavirus: "Sembrava un allenamento, giocare a porte chiuse ha creato un’atmosfera molto strana, bravi i ragazzi a rimettere subito le cose a posto dopo il gol subìto". Conte si è poi mostrato felice perché ha potuto far rifiatare alcuni titolari potendo invece concedere minuti a chi invece gioca di meno per svariate ragioni: "Abbiamo dato minuti a qualche giocatore che ne aveva bisogno, quindi prendiamo molte cose positive da questo doppio turno. Tra l’altro il rinvio con la Sampdoria ci ha dato l’opportunità di provare cose nuove, sia dall’inizio che a gara in corso". Domenica sera in un Allianz Stadium deserto l'Inter giocherà la sfida scudetto contro la Juventus di Maurizio Sarri con Conte che sa come questa sia una partita fondamentale: "Quella di domenica sarà una gara importante, alla fine di questo ciclo già iniziato capiremo quanto ci manca per essere al livello che ci permetterebbe di vincere". L'ex allenatore del Chelsea ha poi continuato: "Credo sia giusto che l’Inter competa per vincere in tutte le competizioni che disputa, anche se da quasi 10 anni questa società non porta a casa trofei. Vincere non è mai semplice, tanti non sanno che percorso bisogna fare per arrivare a farlo". Una domanda "scomoda"? Nei giorni scorsi Andrea Agnelli in una lunga intervista a Radio 24 ha parlato della sfida scudetto Juventus-Inter e proprio di Conte che ha vestito sia i panni di giocatore della Juventus per tanti anni che di allenatore per tre stagioni. Il numero uno della Juventus aveva affermato:"Conte? Noi guardiamo chi prendere, non chi non prendere. Conte è una bandiera juventina, Conte è la Juventus, ha vinto la Champions con noi. Con Antonio il rapporto è cordiale e disteso, sono professionisti e lui ha scelto di provare a vincere con l'Inter". L'ex ct della nazionale italiana evidentemente sente molto la partita e alla domanda: "Avrà sentito le parole di Agnelli?" ha commentato con un laconico "Sì, ciao, ciao", si è tolto l'auricolare e se n'è andato via a testimonianza di come senta particolarmente la sfida contro il suo passato. Segui già la pagina di sport de ilGiornale.it? Tag:  FC Inter Juventus Europa League Ludogorets Persone:  Antonio Conte
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"Spero che le macerie di S. Siro non portino via nonno Meazza" (Fri, 28 Feb 2020)
Lunedì i 40 anni dall'intitolazione dello stadio a Pepin. Il nipote del campione, Federico Jaselli Meazza: "Vorrei che al nuovo restasse sempre il suo nome" Chiamarlo stadio non rende del tutto l'idea. Perché il Meazza è un luogo magico. Eppure, quel monumento rischia di essere abbattuto. Ne parla il nipote del grande Meazza, Federico Jaselli Meazza, figlio di Silvana, la prima delle due figlie di Giuseppe, di Pepin, del Balilla, riannodando il filo che dal 1924 ha legato la storia del grande campione a quella del calcio italiano. Lunedì saranno 40 anni da quando San Siro venne intitolato in onore di suo nonno. «Avevo solo 11 anni, ma fu una cerimonia molto bella ed emozionante. Ricordo che c'erano l'allora Sindaco di Milano Carlo Tognoli, il Presidente dell'Inter Ivanoe Fraizzoli insieme al grande Peppino Prisco e c'era anche il presidente del Milan dell'epoca Felice Colombo. Quel giorno si giocava il derby che poi l'Inter vinse 0-1 con gol di Oriali». Inter e Milan vogliono realizzare un nuovo stadio. Che effetto le fa? «Vorrei che lo Stadio nuovo portasse sempre il nome Meazza. Temo che un altro nome possa sbiadire il ricordo di mio nonno Peppino e che le macerie portino via i ricordi delle gesta di un grande uomo. Speriamo che non sia così. Ne vorrei parlare con l'Inter». Su suo nonno lei ha scritto un libro ("Il mio nome è Giuseppe Meazza"). Che calciatore è stato? «Aveva una classe ed una eleganza calcistica innate, infiammava le folle con i suoi dribbling che a volte ridicolizzavano i malcapitati portieri di turno. Massimo Moratti lo paragonò a Ronaldo il Fenomeno». L'uomo. «Era molto riservato, elegante e discreto. Evitava le polemiche e non diceva mai una parola di troppo. Fu il primo simbolo sportivo italiano capace di colpire l'immaginario collettivo anche fuori dal rettangolo di gioco, tanto da prestare il proprio volto per alcune pubblicità sui giornali». Tra i vari aneddoti, c'è quello in cui andò a ballare la sera prima di una partita. «Sì e la mattina seguente, non sentendo la sveglia, fece tardi ed entrò in campo a formazioni già schierate tra gli sguardi severi dell'allenatore e dei compagni. Dopo 10 minuti aveva già segnato 2 goal! Questo era Meazza». L'Inter fu la sua prima ed ultima squadra. «Una volta entrato nelle giovanili dell'Inter, Arpad Weisz lo convocò subito. Quando Leopoldo Conti seppe che avrebbe esordito quel mingherlino di soli 17 anni, esclamò: Quello lì? Ma se l'è un balilla!». Si racconta che suo nonno fosse un pupillo del Duce. «Già. Mussolini lo voleva alla Lazio ma lui, che allora viveva ancora con sua madre (mia bisnonna Ersilia), non si fece trovare in casa e lasciò alla mamma il compito di sbrigare la questione. Non voleva lasciare la sua Inter!». E pensare che suo nonno da piccolo tifava Milan... «Ma presto si innamorò di Cevenini dell'Inter. Nel '40 il nonno fu ceduto a titolo gratuito al Milan, dopo aver passato un anno senza giocare. Fu considerato un vero e proprio tradimento e i più accaniti tifosi dell'Inter gliene urlarono di tutti colori. Ma tornò a giocare la sua ultima stagione a 37 anni per salvare l'Inter che navigava in cattive acque». A quali allenatori era più legato suo nonno? «Arpad Weisz e Vittorio Pozzo, due maestri. Quando Weisz morì nei lager, provò lo stesso dolore di chi perde il proprio padre. Pozzo, invece, lo fece esordire a soli 20 anni in Nazionale e insieme vinsero due mondiali». Il 9 febbraio 1930 suo nonno esordì a Roma in azzurro in un Italia-Svizzera, che guarda caso sarà la seconda partita degli Europei e si giocherà proprio a Roma. «Vorrei che la Figc lo celebrasse in qualche maniera. Quella partita fu memorabile: al termine del primo tempo sua mamma lasciò lo stadio perché non poteva sopportare gli insulti rivolti al figlio. Nella ripresa il nonno, dopo i fischi, scatenò la sua furia, segnando 2 gol e fece vincere l'Italia 4-2». C'era un giocatore a cui si era affezionato? «Lui era molto legato a Facchetti e a Mazzola ma ammirava Gianni Rivera. Diceva sempre che i grandi calciatori giocano tenendo la testa alta». Rivedremo mai un Meazza in azzurro? «Dal 2008 vivo a Madrid con la mia compagna e i miei figli, Isabella e Matteo, entrambi nati qui. Matteo ha 7 anni ed è tifoso dell'Atletico. Se un giorno dovesse fare il calciatore, temo che sceglierebbe la Spagna». Sfida Juve-Inter, secondo lei chi la spunterà? «Spero l'Inter. Vedrò la partita dal ristorante Da Lele, il luogo di ritrovo dell'Inter Club Madrid, di cui sono presidente. Spero che una partita del genere non si giochi a porte chiuse, per di più alla vigilia dell'anniversario di mio nonno».
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La Roma non fa la stupida: Gent, basta il pari (Fri, 28 Feb 2020)
Kluivert rimonta il vantaggio belga. Giallorossi avanti anche senza brillare Il salvagente è ancora gonfio. La Roma si qualifica per gli ottavi di Europa League e può continuare a sognare il trionfo internazionale che regalerebbe anche la qualificazione diretta alla Champions League. In Belgio la Roma pareggia 1-1 in casa del Gent (reti di David al 25' per i padroni di casa e di Kluivert, al 29', per i giallorossi) ed evita, non senza brividi, quell'eliminazione che avrebbe probabilmente definitivamente compromesso la stagione. In campionato, infatti, i giallorossi sono a -3 dal quarto posto dell'Atalanta che ha però giocato una partita in meno e che ha dalla sua anche il vantaggio degli scontri diretti (la squadra di Fonseca è quindi a -6 virtuali dai bergamaschi che però possono accontentarsi dell'arrivo a pari punti). Per questo il tecnico portoghese ha schierato i titolari: Mkhitaryan è sembrato ispirato e pimpante, così come Carles Perez, sempre più inserito negli schemi tattici dei giallorossi. Non ha invece convinto Mancini, ultimamente un po' distratto quando gioca da centrale di difesa (è andato a vuoto in occasione del vantaggio belga), mentre Dzeko, nonostante il solito lavoro sporco fatto per la squadra, non è mai riuscito a calciare in porta. In generale la prestazione dei giallorossi è stata un po' timida, anche se di positivo c'è la reazione immediata allo svantaggio (bella la palla di Mkhitaryan per Kluivert, svelto a battere Kaminski). Un gol che riempie d'aria il salvagente della Roma.
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Lotito, dagli applausi allo sgarbo all'Atalanta (Fri, 28 Feb 2020)
Claudio Lotito, presidente della Lazio, deus ex machina delle vicende calcistiche italiane e prezzemolo di molte altre attività romane, ha ricevuto in questi giorni una montagna di complimenti. Meritati. È partito ereditando un club pieno di debiti con il fisco, ha ricevuto l'ostilità dichiarata della curva senza indietreggiare di un centimetro, ed è arrivato a sfidare Juve e Inter per lo scudetto dopo aver collezionato trofei, tra coppa Italia e super-coppa d'Italia. L'arrivo di Gravina in federcalcio gli ha tagliato le unghie cancellando il ruolo di consigliere privilegiato di Tavecchio al quale si era legato diventando accompagnatore di scorta della Nazionale ma si è rifatto a Milano, dove è stato protagonista della recente elezione di Dal Pino, alla Lega di serie A. Tra le tante qualità riconosciute, resistono nell'uomo sconfitto solo alle lezioni politiche del 2018, alcuni difetti. Lotito è convinto di essere, oltre che il più bravo, anche il più furbo della compagnia. Ne ha fornito testimonianza plastica vietando all'Atalanta la richiesta, per lui ininfluente, di anticipare la sfida della prossima settimana da sabato 7 marzo a venerdì 6 marzo, concessione resa in passato ad altri club impegnati in Champions. Qualche giorno dopo, l'Atalanta deve passare da Valencia per provare a conquistare lo storico traguardo dei quarti di finale che avrebbe un sapore speciale non solo per Bergamo ma per l'intero calcio italiano. Lotito ha ripetuto il suo no, condizione che il presidente della Lega (eletto con i voti del laziale) ritiene indispensabile per procedere al cambio di calendario così confermando la prassi dei predecessori, intervenuti solo in caso di accordo tra le parti in causa. C'è una sola spiegazione a questo gesto che sa di cieco egoismo: sperare che il giorno in meno a disposizione per gli atalantini suggerisca a Gasperini un turn over da cui trarre profitto. Un calcolo di questo tipo può andar bene per un profitto economico di un'azienda, per lo sport diventa un fastidioso precedente da furbetto del quartierino. Non solo, ma può trasformarsi in una motivazione straordinaria per la formidabile pattuglia bergamasca che è stata capace di ben altre imprese. Fossimo al posto di Claudio Lotito ci penseremmo prima di enunciare l'ennesimo non possumus.
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Juve, tutti colpevoli: da Sarri a Bonucci al silenzio del club (Fri, 28 Feb 2020)
Tecnico incompreso, gaffe sui rigori "da noi li avrebbero dati". Società assente. Agnelli & C. intervengano Non c'è un paziente zero nella Juventus. Sono tutti asintomatici, non hanno segni di reazione, sono ugualmente responsabili, dalla società all'allenatore, alla squadra. Troppo facile, troppo comodo e infantile scaricare le colpe su Sarri che già di suo mette un carico da undici ad ogni esibizione, a bordo campo e nel dopo partita. Orribili le sue posture, non è necessario essere lord Byron ma un minimo di decoro questo sì sarebbe doveroso, rinunciando a quel mozzicone di sigaretta, pure sputato in diretta eurotelevisiva. Sarri ha idee nette, se le porta appresso da Empoli, le ha sviluppate e consacrate a Napoli, le ha ritoccate a Londra, pensava di riutilizzarle a Torino. Ma ha giocatori diversi, se ritiene di impiegare Bentancur come Jorginho, per i due tocchi veloci, sbaglia oggetto e soggetto, l'urugagio è una promessa che resta premessa, a proposito di posture, Bentancur dovrebbe spiegare che cosa significhi correre in campo masticando un chewing gum. Ci sono altri partecipanti all'astenia collettiva, Pjanic sembra una vecchia gloria, Rabiot è un francesino eterno cocco di mamma, Ramsey è un principino di Galles, Alex Sandro verrebbe respinto, per il suo malinconico procedere, al carnevale di Rio. Si salvano De Ligt, Chiellini, Dybala, a volte Cuadrado e, ovviamente, il fuoriclasse portoghese. Poi c'è il capitano, colui il quale pubblicamente spiega, come un allievo freudiano, di avere intuito, già in fase di riscaldamento, i freni psicologici dei compagni. Si aggiungano le parole di Sarri che, dopo mesi sette, ammette di non essere capito dal gruppo, allora si comprende che, a differenza dell'aforisma di Flaiano, la situazione è seria ma anche grave. A chiudere la comitiva, il silenzio della società, Paratici e Nedved si esibiscono nel prepartita, Agnelli rassicura tutti per rassicurare se stesso, manca un leader, una voce autorevole, autoritaria, manca Boniperti, manca Capello, manca Giraudo, per citare figure distanti ma capaci di intervenire con fermezza. Il minculpop bianconero diffonde notizie felici sul bilancio finanziario anche se la realtà è diversa, così come la cartella clinica della squadra è distante da quello che dice la classifica in campionato. Se la probabile qualificazione ai quarti di champions non dovesse realizzarsi, porterebbe a conseguenze nefaste sui conti e sul quadro tecnico. La sconfitta della Juventus a Lione, l'unica delle italiane in champions, non è stata un episodio ma ha ribadito gli errori e il risultato di altre batoste, come quella di Verona. Contro l'Inter, la Juventus non ha alternative, Sarri e il suo staff (!?!?) dovrebbero avere il coraggio di schierare una difesa a tre, De Ligt Bonucci e Chiellini, un centrocampo a 5, però non formato da cartonati, lasciando a Ronaldo la facoltà di scegliersi il compagno di reparto. Escludo che questo possa accadere, meglio prendere appunti, mordere un mozzicone di sigaretta, masticare un chewing gum e sparlare dei propri compagni.
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Inter, allenamento o poco più nel surreale deserto di S. Siro (Fri, 28 Feb 2020)
I nerazzurri vanno sotto, poi la ribaltano in scioltezza. Stadio vuoto, anticipo di cosa sarà il prossimo weekend Vincere e qualificarsi senza sprecare troppe energie, evitando assolutamente di farsi male. Quel che doveva essere è stato, perciò Conte e l'Inter possono serenamente tornare a pensare alla Juventus e alla sfida da dentro-o-fuori di domenica sera. Il ritorno col Ludogorets e le sue ridicole mascherine, dura sostanzialmente 5 minuti, quelli che vanno dall'inopinato vantaggio bulgaro (26' pt, Cauly con spallata sospetta a Godin), al pareggio di Biraghi (31' pt, lancio di Eriksen e sinistro sporcato da Terziev). Prima e dopo, ritmo che nemmeno in amichevole in un clima ovviamente surreale: domenica sera sarà certamente un'altra storia, anche se si dovrà giocare ancora a porte chiuse. Juventus-Inter vale sempre, stavolta di più. Un giorno di riposo in meno, ma tutt'altra fatica e soprattutto ben altro esito dal campo: in chiave nerazzurra, l'Europa non dovrebbe incidere sulla partitissima, di cui ieri sono stati designati arbitro (Guida, napoletano, più di un precedente contro la Juventus e qualche scintilla con Marotta) e Var (Mazzoleni, ex arbitro accusato di avere spesso fischiato in bianconero). Se ne parlerà ancora. Conte pensando a domenica lascia a riposo più di mezza squadra titolare, compreso Handanovic che invece con la Juventus ci sarà, mette un'altra volta Eriksen a fare il mezzo sinistro, affianca Sanchez a Lukaku. Il danese continua l'umile apprendistato in nerazzurro: sue le giocate migliori, più rapide e sapienti, in favore degli attaccanti. Sembra assurdo non riuscire a sfruttarlo a tempo pieno, ma Conte non vuole derogare: resta che il tempo stringe e tra domenica (Juventus) e giovedì (Napoli), l'Inter si gioca gran parte di stagione. Il gol del 2-1 (49' pt) è un po' la cartolina della sera: servito da Sanchez, Lukaku sbaglia di testa un gol già fatto (al 5' pt aveva già sbagliato col destro), ma la respinta del portiere bulgaro finisce ancora sulla testa del centravanti che più o meno inconsapevolmente segna il 23esimo gol della sua stagione. Bene anche Sanchez, finalmente in crescita, a meno che a esaltarlo non siano i bassi ritmi della serata. Nella ripresa (subito dentro Brozovic per Barella), Eriksen avrebbe in teoria un po' più di spazio e libertà dietro le punte. L'Inter prende prima la traversa con Sanchez (7' st) poi il palo con Lukaku (14' st), ma col crescere dei minuti, diminuiscono se possibile voglia e velocità dei giocatori in campo e anche Eriksen finisce per esserne annacquato. Finisce al 90', per fortuna. Inter agli ottavi, oggi il sorteggio, ma la testa è già allo Stadium.
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"La lettura è uno strumento per evadere dal crimine" (Thu, 27 Feb 2020)
In "L'uomo che amava i libri" lo scrittore George Pelecanos narra il riscatto sociale di un carcerato. "Ho usato i romanzi che amo" Sulla qualità dei crime novel di George Pelecanos hanno garantito i vari Barack Obama, Michael Connelly, Dennis Lehane e Stephen King. E che la qualità dei romanzi di questo grande narratore fosse davvero speciale lo ha confermato nel tempo l'impianto sociale di storie come Il sognatore, Vendetta, Il giardiniere notturno, Angeli neri, Strade di sangue, in cui ha raccontato gli Stati Uniti dal punto di vista della strada e delle persone più disagiate che hanno a che fare con i crimini e la malavita. Con L'uomo che amava i libri (SEM, pagg. 223, euro 18, traduzione di Giovanni Zucca) Pelecanos affronta ancora una volta un tema a lui caro, quello della riabilitazione penale e della possibilità di uscire da situazioni pericolose per chi ha già pagato con il carcere i propri errori. È ciò che accade a Michael Hudson, il quale in prigione non soltanto ha scontato la sua pena, ma si è anche innamorato della lettura grazie alla bibliotecaria Anna. I libri diventano per lui una forma di evasione, ma soprattutto costruiscono nel profondo un nuovo carattere e un desiderio di ripartire su nuove basi. Una volta tornato per strada, Michael dovrà combattere contro il suo passato e sopravvivere a un presente estremamente pericoloso. E fondamentali per lui saranno i libri che ha letto: Uomini e topi di Steinbeck, i racconti western di Elmore Leonard, Il Grinta di Charles Portis, Il Padrino di Mario Puzo, Una tragedia tutta azzurra di John D. MacDonald, etc. «Nel mio lavoro filantropico - spiega Pelecanos - ho incontrato una bibliotecaria, nella prigione di Washington DC. All'epoca non c'era una biblioteca, nella prigione, quindi lei ogni giorno portava un carrello pieno di libri nei vari blocchi e parlava dei romanzi con i detenuti. Sapevo che stava cambiando la loro vita e l'ho trovata una persona affascinante. E se un detenuto si innamorasse di lei, emotivamente e forse fisicamente? E se, una volta scarcerato, si imbattesse in lei per la strada? Come reagirebbe, a questo mondo, un uomo cambiato, una volta ricattato e rispedito in una vita criminale? C'erano abbastanza idee nella mia testa per scrivere un libro». Ha avuto spesso contatti con il mondo carcerario? «Ho lavorato nelle carceri e in strutture di detenzione per minori per molti anni, facendo programmi di lettura e conversando con i detenuti. Leggono spesso i miei libri, che sono molto popolari nelle carceri, e poi ne discutiamo insieme. Sono lettori entusiasti. Le discussioni sono spesso vivaci e divertenti. Adoro andare in prigione e passare del tempo con i detenuti. E, onestamente, da loro ricevo molto materiale...». Perché L'uomo che amava i libri è dedicato a Elmore Leonard e Charles Willeford? «Elmore Leonard è uno dei miei romanzieri preferiti. Lo rileggo spesso per ricordarmi come è fatto, come si può scrivere certe cose e come le ha scritte lui. Willeford era anarchico, una voce singolare nella narrativa poliziesca e in ogni cosa che ha raccontato. Nel romanzo Pick Up, l'ultima riga ti costringe a tornare indietro e a rileggere il romanzo dall'inizio. Nel mio romanzo gli rendo omaggio nelle ultime righe. Senza anticiparvi nulla, come in Pick Up le etnie dei personaggi non vengono mai menzionate. Ho pensato che fosse tempo di provare una cosa del genere nella finzione. Ed è stato per me un buon inizio». Che tipo è il detenuto Michael Hudson, il protagonista della sua storia? «È un uomo che ha commesso un crimine quando ancora non era maturo, come accade a molti giovani. È cambiato e vuole cambiare ulteriormente. Si innamora della lettura mentre è in carcere e quando viene rilasciato tutto ciò che vuole è un lavoro e una tessera della biblioteca. Ma le forze esterne e il suo senso dell'onore lo riportano sul lato oscuro della strada». La lettura per lui è davvero rivoluzionaria? «Michael è mai stato fuori città. In particolare, non è mai stato fuori dal quartiere e dal suo mondo chiuso in se stesso. Una volta che inizia a leggere, la vita gli apre nuovi orizzonti. Leggiamo tutti per scappare. E, grazie alla lettura, possiamo andare ovunque». Come ha scelto i libri che nel romanzo fa leggere a Michael? «Alcuni sono romanzi che ammiro, altri sono storie che hanno plasmato la visione del mondo di Michael Hudson e lo hanno influenzato ad agire in modo positivo». Lei crede nella riabilitazione penale? «Credo fermamente nella capacità di crescere e cambiare. Nella mia prima infanzia ho avuto qualche problema, ma ciò mi ha aiutato a crescere. La scienza ci dice che un diciannovenne è una persona molto diversa da un trentenne. Un giovane agisce mosso dall'adrenalina e dagli impulsi. Ma quella stessa persona, qualche anno dopo mostra pensieri governati dalla coscienza e dal ragionamento. Le persone cambiano. Lei sa che le persone condannate per omicidio hanno la percentuale più bassa di recidiva? Proprio questo dovrebbe dire qualcosa sulla riabilitazione». Come sceglie i casi criminali che racconta? «Faccio delle ricerche, parlo con le forze dell'ordine e con le persone che abitano negli inferi. Cerco di rimanere in contatto con la strada». Quanto è cambiata la scena noir americana negli ultimi anni? «Adoro il noir classico, ma non credo possa essere replicato. Era legato al suo tempo. In gran parte era basato sul ritorno di un veterano della Seconda guerra mondiale in una città oscura e claustrofobica che lui non riusciva più a capire. Quei libri parlavano di disturbi da stress post traumatico prima ancora che ci fosse un termine specifico che li definisse. Un buon noir deve avere a che fare con i traumi psicologici, non deve descrivere il fumo di sigaretta e le ombre nelle stanze». Sul suo sito c'è una sezione di recensioni dedicata ai classici del poliziesco italiano diretti da Fernando Di Leo ed Enzo Castellari... «Ora è molto più facile trovare questi film grazie allo streaming. Sono un fan dei film polizieschi italiani degli anni '70».
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"Il profitto senza etica genera mostri Parola di imprenditore" (Thu, 27 Feb 2020)
Nel romanzo "La classe avversa", di Alberto Albertini, il passaggio delle aziende dalle famiglie ai supermanager C he succede in un'azienda di oggi quando i vecchi padroni chiamano a dirigerla un super-manager che volta le spalle alla tradizione e intraprende la via della modernità, con tutte le incognite che le attuali difficoltà dell'industria e un mondo sempre più globalizzato presentano? Ecco cosa anima le pagine de La classe avversa (HACCA, pagg 320, euro 16), esordio narrativo di Alberto Albertini, bresciano, laureato in Filologia Moderna e da molti anni responsabile dell'innovazione e dello scouting tecnologico di un'azienda leader mondiale. Attraverso i travagli del figlio dei titolari, Lorenzo (in cui non è difficile immaginare che si specchi l'autore), Albertini racconta se stesso e il mondo che cambia, facendo citazioni come questa, da l'Ecclesiaste «Che vantaggio ha chi lavora con fatica?» e rispondendo a qualche nostra domanda. Come le è venuto in mente di scrivere un romanzo? «È il sogno che coltivo dall'adolescenza. Per tutti questi anni ho condotto una doppia vita, nell'industria e nella letteratura. Fino a quando ho capito, dopo aver letto i libri di Ottieri, che potevo conciliare due mondi che prima, se accostati, parevano un ossimoro». Un suo personaggio, l'americano Butch, dice sempre, «Use your best judgement». L'industriale di oggi sa discernere? «Siamo condannati a vincere. Everything is possible. Valore aggiunto in tutto quello che facciamo. Sembrano slogan americani, ma diventano un punto di riferimento, una guida, un mantra che galvanizza un'intera azienda fatta di persone con diverse aspirazioni e formazioni, che devono lavorare verso un obiettivo comune, superare i loro limiti, le normali frustrazioni e lo spirito di auto conservazione». Un'azienda che per anni ha avuto una conduzione familiare vira verso un management moderno. Il figlio del padrone viene messo in discussione da un freddo direttore che guadagna più di lui. Succede davvero nell'industria di oggi? «Sì, nelle aziende di famiglia che non trovano un'armonia e una conciliazione interna, che non preparano la successione in modo adeguato e per tempo, e che qualcuno (il mercato, la banca che vanta il maggior credito, un cliente importante) costringe a cambiare, a rinnovarsi in modo traumatico, magari con una quotazione in borsa, con persone esterne che portano altri metodi di gestione, più impersonali e orientati al breve periodo, alla remunerazione immediata». Lei scrive: «La nascita di molte imprese è stata all'insegna del furto». Sembra uno slogan marxista dei primi anni '70. «Invece l'ha detto il capitalista per eccellenza, il padre di Adriano Olivetti, Camillo. A casa ripeteva spesso: Ricordatevi che all'origine di ogni proprietà c'è sempre un furto. Lo disse dopo aver acquistato il Convento di San Bernardino a Ivrea per farne la sua abitazione». Le è capitato, come succede a Lorenzo, di sentirsi chiedere da suo padre, quando gli ha annunciato cosa avrebbe studiato all'università, se era sua intenzione fare il barbone a vita? «Me lo disse testualmente. L'aneddoto del professore che chiede un prestito a lui, direttore di banca alla Cariplo, ed è costretto a portare la moglie per firmare la fideiussione, è vero». Il manager dalla doppia vita non le pare un cliché? «Direi che è normale perché, come disse Hannibal Lecter nel film Il silenzio degli innocenti, noi desideriamo ciò che vediamo ogni giorno. Sul lavoro si trascorre più tempo che in famiglia. Scontato che nascano proprio lì occasioni prolungate e ripetute di conoscenza reciproca, di intimità e condivisione delle emozioni». Un tempo, la fabbrica era il primo teatro di aspre lotte e rivendicazioni sindacali, ma si ha la sensazione che la solidarietà tra le parti e l'orgoglio dell'operaio nell'essere protagonista del processo produttivo fossero superiori rispetto a oggi. Che ne pensa? «Ne sono convinto. C'erano forti contrapposizioni sindacali, ruoli fissi che a volte costringevano a scelte dure da entrambe le parti, senza conciliazione e dialogo. Ma gli imprenditori erano patriarchi, socialisti dentro, e le aziende erano grandi famiglie con un forte senso di appartenenza, ognuno orgoglioso del proprio ruolo utile, di crescita personale e collettiva. Oggi le migliori sono ancora tali. Ci vorrebbero più fermento ed entusiasmo ovunque in Italia». Lei scrive: «La democrazia ha generato solo inefficienza. Siamo una repubblica fondata sul lavoro». Pensa che il lavoro sia realmente mai stato un diritto in Italia? «Spesso c'è stata una percezione errata del lavoro: man mano che cresceva il benessere economico si dava per scontato che le fabbriche sarebbero durate in eterno, assumendo regolarmente, che il lavoro fosse un servizio che lo Stato e i privati mettevano a disposizione di tutti. In realtà, il lavoro prevede una corresponsabilità, un impegno continuo, una reciprocità e un senso etico che non lo rendono mai scontato». Il super-manager Cagnoni dice che «nel business non esiste etica». Sono parole che lei condivide? «Io sono il contrario e lavoro con orgoglio per un'azienda che fa dell'etica uno dei suoi valori fondanti. L'ho imparato da mio padre che è stato innanzitutto onesto. Però ho visto tanti professionisti e imprenditori spregiudicati, con il pelo sullo stomaco, che grazie ai concordati, all'evasione delle tasse, a investimenti temerari, addirittura a consulenze finanziarie truffaldine (io stesso ne sono stato colpito), si sono arricchiti senza ritegno, senza coscienza né tantomeno etica». È vero che «gli imprenditori di razza scelgono con la pancia?». Ricordo di aver letto che Gianni Agnelli prima di prendere decisioni importanti andavano a farsi fare le carte «È la loro dote migliore, sono grandi imprenditori proprio perché hanno quell'istinto, il fiuto per le persone e i loro talenti, il saper cogliere un'opportunità, una sfida al momento giusto, anche rischiando, con stile audace. Le carte della chiromante sono forse una leggenda metropolitana, io vedo piuttosto un'inclinazione naturale».
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Il romanzo è una avventura lunga una vita (avventurosa) (Thu, 27 Feb 2020)
Morto il bestsellerista dei record. Mare, Egitto, Maya: grande intrattenimento con esperienza sul campo I suoi lettori più affezionati non lo amavano soltanto: lo consideravano una fonte di ispirazione. Clive Cussler scriveva di avventura perché, alla faccia delle ricerche online e dei ghostwriter, la conosceva davvero. Le sue storie, tutte bestseller globali, nascevano nella maggior parte dei casi da episodi vissuti in prima persona: fu aviatore, esploratore di deserti e montagne, ma soprattutto fanatico di ogni sfida legata al mare, che fosse sopra o sotto le acque. Fare lo scrittore era solo un modo per condividere ognuna di queste passioni. Ora che Cussler è scomparso, a 88 anni, lo scorso lunedì nella sua casa di Scottsdale, in Arizona - la stessa dove conservava ancora parte della meravigliosa collezione di auto d'epoca così spesso citate nei suoi libri. I suoi lettori rimarranno perciò orfani non solo di uno scrittore prolifico in modo eccezionale, ma di un eroe in carne e ossa. Classe 1931, nato ad Aurora, Illinois, cresciuto in California, ma di origini europee, non aspetta nemmeno di finire l'università per gettarsi nell'azione: dopo due anni di college si arruola nell'Air Force americana. Viene promosso sergente durante la guerra in Corea e lavora come meccanico e ingegnere di volo per l'aeronautica militare: lo stesso ruolo del suo personaggio Dirk Pitt, alterego che ha segnato tutta la sua vita, protagonista di ben 25 romanzi, tutti pubblicati in Italia da Tea e Longanesi. Segnata al punto che gli ha dato il nome più amato, quello di suo figlio, Dirk. Figlio che, dopo aver tentato altre strade, alla fine si è rassegnato a seguire a tempo pieno le orme paterne, scrivendo con Clive tre volumi a quattro mani: tra questi l'ultimo in assoluto in ordine di tempo, Il destino del Faraone (in libreria dal 30 gennaio scorso per Longanesi), ai primi posti in classifica in Italia a poco tempo dall'uscita, in cui Dirk Pitt e il suo vecchio amico e scudiero Al Giordino sono alle prese con l'antico enigma di una principessa egizia. Fu l'esperienza militare insomma il primo capitolo della lunga serie di avventure personali che poi confluiranno una ad una nelle pagine dei suoi libri, narrate in modo così coinvolgente da raggiungere cifre di vendita stellari: dal suo debutto nel 1973 (con Enigma e Iceberg i primi thriller marittimi della saga di Dirk Pitt) è stato tradotto in 40 Paesi e 100 lingue e ha venduto oltre 126 milioni di copie in tutto il mondo, di cui 8 milioni soltanto in Italia e 5 milioni per la serie dedicata a Dirk Pitt, mentre per ben 17 volte ha raggiunto il primo posto nella classifica dei bestseller del Nyt. Recuperate il Titanic fu il primo libro pubblicato in Italia da Rizzoli grazie a Mario Spagnol, che a metà degli anni '90 ne riprese la pubblicazione in Longanesi con crescente successo. L'esordio avvenne un po' per caso e un po' per tempo libero: la moglie lavorava presso il dipartimento di polizia e a lui toccava badare ai figli, da libero professionista nel mondo della pubblicità e sceneggiatore quale era diventato. Preparava la cena per i bambini, li metteva a letto e poi non aveva nessuno con cui parlare né altro da fare: così si decise a provare a scrivere romanzi. Molte delle storie di Pitt nascono infatti da un rovesciamento di prospettiva, da un esercizio di immaginazione che va oltre i fatti storici: Cussler si chiese che cosa sarebbe accaduto se una città sommersa fosse davvero esistita in Atlantide o quale sia stato il destino della corazzata Texas, punta di diamante della flotta confederata scomparsa nel nulla nel 1865 nel suo romanzo forse più famoso, Sahara, che divenne poi un film. Una tecnica oggi di gran tendenza, con i reiterati ritorni letterari di Hitler, Mussolini e persino di Gesù Cristo, e che non ci stupisce più di tanto, ma che per gli anni dai Settanta ai Novanta era una novità da pionieri. Scrivere però non gli è mai stato sufficiente per sfogare il suo istinto naturale per le sfide impossibili e la caccia ai misteri storici: nel 1978 ebbe l'idea di fondare la Numa, la National Underwater and Marine Agency, un'associazione no-profit finanziata in gran parte dai ricavati della vendita dei suoi libri, specializzata nel recupero e nella conservazione di relitti marini di interesse storico. Quello è stato probabilmente il più grande serbatoio per le emozioni che danno vita al particolare mix di azione e tecnologia che costituisce la cifra inimitabile dei suoi successi, popolati da relitti, eroi da cui dipende il destino del mondo, antieroi tirannici e mitomaniacali, donne splendide e inebrianti e tesori inghiottiti dal tempo. Anche se non è mai stato una vittima dell'etichetta di minore riservata alla letteratura di genere, nel 1997 la State University di New York gli ha conferito una laurea in Lettere per riconoscere il valore letterario dei suoi romanzi. «Il più amato tra i maestri dell'avventura nel mondo: ironia, emozioni, intrecci geniali sono stati la sua cifra», ha detto Stefano Mauri di Gems nel ricordarlo. «I suoi romanzi hanno appassionato lettori di diverse generazioni per decenni in tutto il mondo. Clive Cussler sapeva di cosa scriveva».
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Viaggio nell'Italia che fu (con Dante come guida) (Wed, 26 Feb 2020)
Giulio Ferroni racconta i nostri borghi e le città muovendosi sulle tracce del grande poeta Quando ho preso in mano il tomo di un accademico fra i massimi esperti di Dante, Giulio Ferroni, L'Italia di Dante - Viaggio nel paese della Commedia (La Nave di Teseo, pagg. 1.234, euro 30) ho mentalmente reso grazie ad Aurora, la sfolgorante allenatrice della palestra, per avermi così tanto incalzato negli ultimi mesi. Mi ha reso capace non solo di aprirlo, ma anche di spostarlo qua e là per la scrivania. Ammetto che in un primo tempo avevo temuto la mattonata sulle gonadi, poi mi sono immerso nella lettura e ho cambiato idea, a tu per tu con quello che, credo, sia stato lo spirito dell'impresa: aiutarci a rileggere la Divina Commedia attraverso i luoghi geografici evocati da Dante, e poi mettendone il testo a confronto con l'oggi, giocando a ping pong con i segni del paesaggio com'erano e come li vedeva il poeta e come sono adesso, visti da Ferroni. In settecento anni e con l'unificazione dell'Italia in un solo Stato dotato di una lingua nazionale ormai unica, che pure ha in comune con l'allora vulgaris eloquentia decine di migliaia di termini, non solo lo scenario, ma anche il modo di descriverlo è cambiato. Essendo il libro un diario così corposo su viaggi e spostamenti compiuti da Ferroni nel corso degli anni 2014, 2015, 2016, e per quanto ordinato in ordine cronologico, può essere divertente da consultare anche saltando di qua e di là, o andando a cercare i posti che già si conoscono, giusto per metterli a confronto con la versione ferroniana, oppure lasciandosi semplicemente incuriosire dalla forza evocativa dei toponimi. Eccone qualcuno preso a caso fra migliaia: Pomarance, Pietramala, Diamante, Fluminimaggiore, Zappolino. Solo a leggerli, vien voglia di andarci. La ricchezza storico-artistica-culturale e paesaggistica del nostro Paese è capillarmente dissezionata in questa Baedeker densa di particolari, di aneddoti, di considerazioni anche personali dell'autore. Il tutto in equilibrio «tra persistenti tracce di ciò che era allora e segni di tutto ciò che è passato su di essi nel tempo». Un esempio che riguarda da vicino chi scrive: a Biella in tutte le scuole si studia la vicenda di fra Dolcino, l'eretico a capo della setta degli Apostolici, citato nel Ventottesimo canto dell'Inferno. Molti fatti sono avvenuti lì vicino, in luoghi che tutti i biellesi conoscono, la Valsessera, Trivero, la panoramica Zegna, Còggiola. Un posto reale è sempre qualcosa di più e di meno di come lo si immagina tra le pagine di un libro, nelle quali di solito lo si idealizza. Il monte Rubello, dove Dolcino e la sua amante Margherita furono catturati nel 1307 per poi essere suppliziati in modi alquanto orrendi, è ancora lì da vedere, insieme alla rielaborazione del rifugio che li ospitò. Non una vetta imprendibile, se perfino Maometto nell'Inferno avverte fra Dolcino di sbrigarsi a rompere l'assedio. Tutti noi italiani siamo passati migliaia di volte nei luoghi che hanno a che fare con quanto sapeva e ci raccontava padre Dante. Con il suo diario di viaggio lo studioso perciò compie due operazioni: ci fa ripassare la storia e ci riporta alla geografia presente. Anzi, alla società. Per dire, nei luoghi dove spadroneggiava l'Ezzelino da Romano evocato da Cunizza nel Nono canto del Paradiso, oggi campeggiano scritte come «Sud=zavorra». E Firenze? La città che «seco mi tenne in la vita serena», dice Dante nel Sesto canto dell'Inferno, quella verso cui ha sentimenti contrastanti e l'amarezza di un amante esiliato. La città «piena d'invidia sì che già trabocca il sacco», è oggi soffocata dalle gabbie turistiche, ma è pur sempre la città del Battistero (l'antico «Batisteo» ricordato da Cacciaguida nel Paradiso), il cuore medievale di un nucleo urbano pronto per il suo epocale Rinascimento. Come si fa a non essere d'accordo con Ferroni quando sostiene che «tornare a Dante è anche un po' sfuggire all'inessenzialità e all'inconsistenza di tanta letteratura di oggi, alla sua subalternità al mercato, ai modelli mediatici»? Dante, fondando una lingua letteraria, definisce anche i confini della nazione che l'Italia è divenuta poi, nella sua «turbinosa consistenza linguistica, geografica, politica, morale». Insomma ci fa ripensare a quanto è grande questa nostra piccola Italia, e alla concretezza, alla tangibilità del territorio, altro che mappe di Google, altro che occhi satellitari che rendono tutto astratto, uniforme, illusorio, altro che navigatori che segnalano strade, e non panorami. Se il tempo è passato e la velocità è aumentata, non per questo lo spazio si è ridotto. Questo libro così on the road fa venire voglia di rileggere Dante. Fra l'altro per una felice coincidenza mi capita sotto mano uno strano libro, davvero sorprendente, Dante, Commedia. Una decodifica in prosa narrativa fatta da Alessandro Nava (Manzoni editore, pagg. 500, euro 30), una traduzione dell'intera Commedia nell'italiano di oggi, senza note, come fosse un romanzo. Appassionante. Permette di rendersi conto di quanto questo capolavoro sia fluido, quanto divertente, quanto vicino a noi. Chi crede nelle giornate di (memoria, donne, terra, vita, pace e via dicendo, non si salva più una casella del calendario) avrà da quest'anno anche la possibilità di concentrarsi sul Dantedì, il prossimo 25 marzo. Fra le tante celebrazioni della giornata di Dante alcune sanno di rancido accademismo, o di chiacchiere in libertà, come succede quasi sempre in questi casi, ma altre si salveranno, soprattutto quelle legate al territorio. Nel libro si avverte molto, fra l'altro, il senso della resistenza delle culture locali, dei campanilismi, dei particolarismi, oggi più che mai in un mondo forse solo apparentemente dominato dalla lingua comune, più o meno fluida, più o meno gergale, della rete. Solo un italianista in fondo può permettersi di spiegarci la geografia dell'Italia. Una geografia che il poeta toscano conosceva bene, in un tempo in cui le mappe erano già accurate e la toponomastica non troppo lontana dall'origine etimologica. La conosceva sia per esperienza personale, sia per studio, sia per virtù della sua immaginazione strepitosa. La Commedia, dopotutto, è il viaggio per eccellenza.
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Un romanzo fragile e duro come il cristallo (Wed, 26 Feb 2020)
Viaggio in Europa alla ricerca delle radici e alla scoperta delle contraddizioni della vita Con un rigore filologico oggi inconcepibile in un'opera di fantasia, Nicola Lecca ha impiegato sei anni per scrivere il suo nuovo romanzo: Il treno di cristallo (Mondadori, pagg. 249, euro 18). Sei anni trascorsi girando mezza Europa del Nord, frequentando gli stessi posti e facendo le stesse cose che fa Aaron, il protagonista. Il risultato è la descrizione perfetta di tutti i luoghi toccati dal suo beniamino, a bordo del «treno di cristallo». Metafora di formazione e emancipazione, strumento che, attraverso un viaggio/Odissea, conduce alla scoperta della sola verità che conti: quella sulle origini e sulla propria identità. La scrittura è, come sempre, curatissima; a tratti assume la forma del grande reportage. Lecca si mostra ancora una volta e sempre meglio, capace di affrontare con profondità e delicatezza argomenti scabrosi, come i rapporti tra genitori e figli, l'iniziazione erotica nell'adolescenza o, problema di una contemporanea socialità, figlia dei nostri tempi malati, il campo insidioso e complesso delle relazioni online. Aaron fa l'apprendista in una storica gelateria e vive in un allegro villaggio sulla costa inglese. Quando la lettera di un notaio gli annuncia che è morto a Zagabria il padre mai conosciuto, all'insaputa della madre, depressa e iperprotettiva, il ragazzo decide di partire, appunto alla ricerca delle proprie origini. Poiché è antica regola che si diventi veramente adulti quando muore il padre, Aaron compirà il suo viaggio iniziatico prendendo un treno, in un freddo inverno nord Europeo, che lo conduce ad Amburgo, Praga, e poi, traversando Lubiana, Bratislava, Szentgotthárd, fino a Zagabria, gli mostrerà il mondo com'è, in tutto il suo splendore e nella sua squallida miseria, spiattellandogli in bella vista le formidabili contraddizioni della vita. Il treno è detto di cristallo, perché puro e trasparente e, insieme, durissimo e fragile. Metafora, si diceva, del senso della vita. Resisterà, il giovane Aaron a vincere l'eterna sfida della virtù con il corso del mondo? Supererà le tentazioni e i rischi, o il treno di cristallo si frantumerà, finendo in mille pezzi, nell'inevitabile scontro con le durezze del mondo? Forse la risposta del Lecca degli esordi sarebbe stata negativa. Questa di adesso apre le porte alla speranza. L'autore è infatti ancora giovane ma, già nel secolo scorso, con l'opera prima, Concerti senza orchestra, fu finalista allo Strega ed ebbe mentori del calibro di Sergio Maldini, Mario Rigoni Stern e Giovanni Raboni, che non gli lesinarono incoraggiamenti. Nei romanzi che, in media ogni quattro anni è andato distillando, con meticolosa cura di artigiano, ci ha raccontato il grande Nord, gli ultimi, le umane miserie, la questione giovanile, la droga, l'emarginazione, la malattia, con un pessimismo sardo venato di ironia che, pian piano ha dato l'impressione di arrendersi alla bellezza e al mistero della vita. Gli eroi, gli ultimi che ora canta Lecca, sono figure tormentate e drammatiche le quali, però, alla fine, potrebbero anche farcela. Perché diventando adulto, lo scrittore Lecca, nonostante tutto, sembra aver rafforzato la sua fiducia nell'umanità.
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Tomás Saraceno: "Così l'uomo fluttuante può muoversi nell'aria senza inquinare" (Tue, 25 Feb 2020)
Nelle installazioni dell'italo-argentino conivivono piante, ragni e umani Un mese fa Tomás Saraceno era tra la luce abbagliante delle Salinas Grandes, in Argentina, a festeggiare il sesto volo senza combustibile del suo Aerocene Pacha, una scultura-installazione che si alza a luce solare ed aria:, progetto artistico e scientifico: ha fatto due km di percorso, con la capitana Leticia Marquès alla guida, ma ha infranto l'utopia, e questo basta. Ora Tomás Saraceno, 47 anni, artistar di lungo corso (prima Biennale nel 2001), argentino di genitori italiani, infanzia globetrotter, studi di architettura allo IUAV di Venezia e studio nel Mittal, a Berlino, porta a Palazzo Strozzi a Firenze agli Uffizi l'artista è andato a studiarsi i fogli con gli studi di Leonardo sulle macchine rotanti la sua Aria (fino al 19 giugno, a cura di Arturo Galansino, catalogo Marsilio). Il guru dell'homo flotantis, l'uomo che si muove nell'aria senza inquinare, da sempre ossessionato dai ragni tanto da creare l'Aracnomanzia, sorta di arte dei tarocchi basata sulle forme geometriche delle tele del ragno (quelle in mostra valgono, da -sole, il biglietto) traghetta uno dei luoghi simboli del nostro Umanesimo in una nuova era. Benvenuti allora nell'Aerocene dove è possibile che piante, polvere, ragni, umani vivano in pacifica simbiosi davanti ai nostri occhi. Maglioncino alla Steve Jobs, studi alla Nasa e al Mit di Boston, Saraceno pratica una nuova frontiera dell'artivismo: la devozione pacata. C'è grazia e coerenza nel suo incistarsi su alcune grandi questioni come lo sfruttamento delle terre indigene in Argentina per estrarre il litio o la necessità di una mobilità alternativa per non morire di Pm10 Si sente in colpa per essere giunto in aereo da Berlino? «Il sogno del volo di Leonardo oggi per molti di noi è diventato un incubo. Sì, mi sento in colpa per le millemiglia che macino, e cerco di rimediare (mi mostra allora sul suo cellulare l'Aerocene App da lui ideata, che calcola i tempi di spostamento da un luogo all'altro sfruttando solo le correnti ascensionali, per la cronaca: per Firenze-New York servono 12 giorni, ndr). Si considera un ecologista? «Credo nell'ecologia della mente: dobbiamo riappropriarci della lentezza e per esempio smetterla di visitare mostre per fare foto alle opere». Touché. Per questo molte stanze di questa esposizione sono buie, e non riusciamo a fotografarle? «Così siamo costretti a mettere da parte i cellulari e a guardare davvero. All'arte del selfie contrappongo l'arte dell'impegno. Bisogna sforzarsi per vedere i fili delle ragnatele e per scovare dove si nasconde il ragno...». Lo sa, vero, che qualcuno si spaventerà a morte? «Non siamo più abituati a considerare la presenza di altri esseri viventi oltre a noi stessi, ma i ragni a Palazzo Strozzi ci son sempre stati, e da molto prima di noi. Se in casa scoviamo una ragnatela la spazziamo via. Io suggerisco l'opposto: va osservata. Per questo ho inventato la App Arachnomancy» Un'altra app? «Somiglia a quella dei Pokemon: permette di cercare le ragnatele più vicine. Fa aprire gli occhi sul mondo reale: è una mappatura dell'invisibile attorno a noi». È credente? «No, ma mi sento vicino alla Chiesa nell'idea del rispetto del creato». Il suo sogno del suo «volo perfetto» somiglia all'ascesi. «A ben pensarci sì, sfruttando il potere soprannaturale... della tecnica». Lei ha i geni dello scienziato. «Mia madre è biologa, mio padre ingegnere. Se sono un artista è merito loro: della mia infanzia in Italia ricordo le code in piazza San Marco, per vedere tutte le mostre a Palazzo Ducale. All'epoca un incubo, ma forse è servito».
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Debiti, inganni e guerre ecco gli oscuri legami tra i templari e re Filippo (Tue, 25 Feb 2020)
Barbare Frale nel suo nuovo libro immagina i retroscena dello scontro tra Roma e Parigi C'è un sovrano che con le sue azioni ha condizionato in modo incredibile la politica europea e la storia del Medioevo. È Filippo IV di Francia detto «il Bello» (1268-1314). Filippo divenne re nel 1285, nel pieno di una guerra che contrapponeva i Capetingi a Pietro III di Aragona. Filippo III «l'Ardito» accerchiò e vinse la città di Girona ma l'assedio fu lungo e tra le truppe francesi, che vivevano in condizioni igieniche pessime, si scatenò la dissenteria che uccise il monarca e catapultò il figlio sul trono. Alto ed elegante, descritto da alcuni cronisti, ad esempio l'italiano Giovanni Villani, come savio ed assennato, Filippo «il Bello» ebbe sin dall'inizio come principale programma di governo quello di rafforzare la monarchia francese, a quell'epoca ancora molto fragile. Si sforzò di rendere stabile ed efficiente la burocrazia e di rendere alcuni ruoli di corte istituzionali. Questi suoi sforzi e la politica militare, a partire dalla guerra di Fiandra del 1297, fecero sì che Filippo fosse continuamente affamato di denaro. Questa sua brama d'oro ne fece un personaggio estremamente ambiguo. Favorì i mercanti italiani, soprattutto fiorentini. Ma poi si mise a perseguitarli e ad espellerli, con la scusa dell'usura (gravissimo peccato nel Medioevo) per non pagare i debiti. Destino peggiore tocco agli ebrei e ai Cavalieri Templari che furono un validissimo sostegno alla politica di Filippo, sino a che il monarca non si rese conto che anche il suo debito con i Cavalieri del Tempio era diventato esponenziale. Su consiglio del suo cancelliere, il noto giurista Guglielmo di Nogaret (che infiltrò anche spie nel Tempio) e del suo ministro delle finanze, Enguerrand de Marigny, decise la soppressione dell'ordine e il massacro di migliaia di monaci cavalieri. Tanto che il Gran Maestro Jacques de Molay finì sul rogo nel 1314. E ancora prima Filippo entrò in conflitto diretto con il Papato, a causa della tassazione del clero francese. E fu proprio la sua schiacciante vittoria su Bonifacio VIII a incrinare, per la prima volta seriamente, il potere del pontefice romano. Al punto che lo schiaffo di Anagni (8 settembre 1303) dato, secondo la leggenda, o da Sciarra Colonna o dal succitato Nogaret, mentre il pontefice veniva preso prigionieri con l'aiuto delle truppe francesi, è diventato proverbiale... Non stupisce quindi che Filippo «il Bello» - un personaggio così interessante - sia al centro della trama del nuovo romanzo storico di Barbara Frale appena arrivato in libreria La torre maledetta dei Templari (Newton Compton, pagg. 352, euro 9,90). Frale, classe 1970, è una storica e archivista di vaglia, nota soprattutto per i suoi studi come I Templari e la Sindone di Cristo (il Mulino, 2009) o La leggenda nera dei Templari (Laterza, 2016). Da qualche hanno però ha deciso di dedicarsi anche al romanzo storico (tra i titoli ricordiamo I sotterranei di Notre-Dame, sempre Newton Compton). Nel nuovo La torre maledetta dei Templari l'autrice si focalizza sugli eventi che partono dalla corte francese nell'inverno del 1302. Come dicevamo, Filippo in questa fase ha messo in piedi una delle più formidabili armate del mondo cristiano, ma il regno è perpetuamente sull'orlo della bancarotta e urgono soluzioni drastiche. Per pagare i debiti di Stato, il sovrano ha un piano segreto che potrebbe costargli anche la scomunica: intende aggredire Firenze con un pretesto per razziare le sue riserve di fiorini d'oro, l'equivalente medievale di quello che potrebbe essere, nel mondo odierno, la Federal Reserve degli Stati uniti d'America. Ma esiste un grandissimo ostacolo, ovvero proprio Bonifacio VIII... La Signoria di Firenze, infatti, ha chiesto la protezione del pontefice, dal momento che in Vaticano abita la sola persona in grado di sviare il re di Francia su altri bersagli: Arnaldo da Villanova (altro personaggio realmente esistito). Arnaldo, detto il Catalano, medico talentuoso benché tacciato di praticare la magia, ha un'altra dote niente affatto alchemica: può interpretare i misteriosi segni impressi nel più antico sigillo dei Templari, e così rivelare oscuri segreti gelosamente custoditi sull'Ordine combattente. Si vocifera, infatti, che nella grande torre dell'Ordine, proprio fuori Parigi, sia nascosta un'immensa fortuna in oro. I Templari potrebbero salvare la Francia con la loro ricchezza, ma davvero intendono farlo? Non possiamo svelare qui, ovviamente, tutte le pieghe della trama, faremmo un torto al lettore. Diciamo però che l'ordito è davvero ben costruito. La Frale conosce alla perfezione la materia, caratterizza mirabilmente i personaggi e lega i vicoli di Parigi a ciò che avviene a corte, l'archivio pontificia e le fortezze dei Templari, i lavoranti delle zecche e i dignitari di corte. E alla fine il vero salvatore dai debiti e dai baroni di Filippo «il Bello» sarà una vera sorpresa per il lettore, come il suo capolavoro di diplomazia.
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Marcello Barlocco, il Ligabue delle lettere che manda matti i critici e il canone (Mon, 24 Feb 2020)
Tornano i racconti (con aforismi inediti) di un «folle» incantatore della scrittura Tocca scombinare il canone. A spallate, tra i rarissimi campioni del racconto, l'oreficeria della narrativa, tra Dino Buzzati e Tommaso Landolfi, Italo Calvino e Goffredo Parise, bisogna radicare, per eccesso di genio, Marcello Barlocco (1910-1972). Esempio. Le mani. Incipit chirurgico («In un certo momento cominciarono a percuotersi furiosamente, fra di loro, come due assurdi mostri a cinque punte»), storia che fonde l'incubo di Poe ai rebus di Pirandello. Un tizio ha gli arti che vivono di vita propria. Decide, dopo anni di tormenti, di mozzare quelle bestiali escrescenze. Le piazza sui binari e lascia che il treno le divori. Monco, mezzo dissanguato, il nostro eroe è felice, finché... «laggiù in fondo alla stanza, nel chiarore lunare, intravidi muoversi due cose biancastre...». Il finale lo velo, leggetelo. D'altronde, Un negro voleva Iole pare Herman Melville sul set de La dolce vita, un racconto marinaro su quinta felliniana, con ouverture d'antologia: «Tra una foca e l'adolescente negro c'erano parecchi punti di contatto: la rudimentale intelligenza, la testa piccola e sferica e soprattutto un forte odore di pesce marcio. Per questo la ciurma oltre che Negro porcaccione, lo chiamava anche foca». Questa storia, probabilmente, sgorga dalla giovinezza di Barlocco, genovese, classe 1910, spavaldo e fascinoso, a giudicare lo scarno repertorio fotografico rampollo di una famiglia di farmacisti. Il ragazzo, appunto, nato strano, fu spedito a fare il mozzo, a farsi i muscoli in mare. Pare che l'esperienza l'abbia segnato e schifato ma tutto, va detto, della vita di Barlocco è alonato di leggenda, di non detto e di nonsense. Il carisma letterario di Barlocco arriva rapace, inattuale e inavvertito: nel 1950 le Edizioni Pagine Nuove di Roma pubblicano I racconti del babbuino, proposti al Premio Viareggio; nel 1952 le edizioni Ala stampano in forma quasi clandestina Veronica, i gaspi e monsignore, poi riedito da La cartaccia nel 1964 e da Greco&Greco nel 2005. Pareva una specie di rude Ligabue, Barlocco, uno scrittore nel fango, un lanciatore di coltelli nella cristalleria dei letterati italici. Ne Il figlio cocoruomo, per dire, Barlocco racconta lo stralunato incrocio tra un uomo e una cocorita acquistata «fra le baracche del mercato di Aden». «Il figlio cocoruomo aveva due occhietti cisposi, sì, ma dolci ed io in seguito gli volli così bene da non potere più vivere senza di lui», ci avvisa il narratore, costretto, dalla cocorita, a uccidere la bestia mostruosa. In Barlocco non c'è barlume d'umorismo: la filosofia che distingue il protagonista «Il normale, l'assurdo, il bene, il male, il piacere, il dolore si fusero nel nulla» è la sua. Soltanto Carmelo Bene ne benedì il talento. Nel 1961 portò al Duse di Genova Tre atti unici tratti da «un folle straordinario detto Marcello Barlocco» (così racconta in Sono apparso alla Madonna). Era già successo di tutto, nel frattempo. Barlocco, il Pinocchio del '900, si diede a fare della propria vita una teatrale gaffe. Reclutato dalla malavita genovese per raffinare la droga complice la laurea in farmacia, per effetto famigliare , fu messo in carcere nel 1958. Del caso, esilarante, parlarono i giornali. La Nuova Stampa titolone: «Si è costituito il chimico dei trafficanti di droga» scrisse che «Il dott. Marcello Barlocco, di 45 anni, indiziato come il chimico della banda degli spacciatori di stupefacenti, sgominata negli scorsi giorni dai carabinieri genovesi, si è costituito alla polizia di Milano... Egli appartiene a una distinta famiglia genovese, dalla quale negli anni del dopoguerra si era staccato a causa della sua esistenza movimentata e avventurosa. Egli non aveva mai esercitato una definitiva professione e cercava di guadagnare qualcosa collaborando a giornali, quotidiani e riviste. I suoi articoli e le sue novelle erano abbastanza apprezzati». Da macabro film di terza fascia il concetto che segue: «Egli scrisse pure dei libri». Il chimico, malavitoso, avventuriero, scrittore finì al manicomio giudiziario di Reggio Emilia. Tornato in libertà, nel 1961, accusò «otto persone di averlo sottoposto, in manicomio, a incredibili esperimenti di imbalsamazione vivente che gli avrebbero mineralizzato l'organismo» (così La Stampa, 1° marzo 1961). Nella fotografia che adorna l'articolo, Barlocco ha la fronte enorme, l'espressione oscura, gli occhi folli. Ora la casa editrice Giometti&Antonello, perseguendo la propria missione nel pubblicare «gli incollocabili, gli inappartenenti», inappetibili al sistema letterario vincente, stampa col titolo Un negro voleva Iole (pagg. 160, euro 22,00) una selezione di racconti di Barlocco e un nugolo di aforismi inediti, corrosivi («Molti animali inferiori, specialmente i vermi, putrefacendosi emettono una piccola luce; gli uomini invece puzzano»). Spesso si setacciano i beati matti per far cassa: Barlocco, semplicemente, è uno scrittore di genio. Fategli spazio, datemi retta, è ora di squassare il canone.
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"Affinità e divergenze fra la Mongolia e noi" (Sun, 23 Feb 2020)
A due minuti dal casello di Reggio Emilia, c'è la tavola calda Coccola o insulto annessa a un distributore di benzina. Intorno, campi e capannoni. Potrebbe essere la periferia di qualche città industriale dell'era sovietica. Dentro ci sono musica dance, tavoli di legno, sedie in formica, alcuni volumi di una enciclopedia appoggiati su una piccola libreria. Soprattutto ci sono Massimo Zamboni (Reggio Emilia, 1957) e sua figlia Caterina (Castelnovo ne' Monti, 1998), coautori de La macchia mongolica (Baldini+Castoldi, pagg. 282, euro 18). Il libro torna in nuova edizione e chiude un cerchio. Al diario di viaggio in Mongolia (anzi i diari: 1996 e 2016) del padre segue il diario della figlia, ospite di un monastero mongolo per un mese. Nel 1996, Zamboni era sbarcato a Ulan Bator assieme a Giovanni Lindo Ferretti, come lui membro del gruppo musicale CSI. Da quel viaggio erano nati l'album Tabula Rasa Elettrificata e il film Sul 45° Parallelo di Davide Ferrario. Nel 2000 arriva In Mongolia in retromarcia (Giunti e poi Nda Press, 2009). Ora è il momento di un nuovo progetto in tre parti. La macchia mongolica è un libro, un disco e un docufilm con la regia di Piergiorgio Casotti. La macchia mongolica è una formazione di natura benigna presente sulla pelle fin dalla nascita. Si manifesta nelle popolazioni con tratti asiatici. Ma Gengis Khan ha conquistato mezzo mondo e quindi la macchia mongolica può apparire anche... a Reggio Emilia. Massimo Zamboni è autore di altri volumi (ad esempio Nessuna voce dentro, Einaudi 2017) ed è famoso per la sua attività di chitarrista. Le sue band, dai CCCP Fedeli alla Linea ai CSI, hanno scritto la storia della musica rock grazie a inni come Io sto bene, Emilia Paranoica, Forma e sostanza. Zamboni oggi è solista con una discografia eccellente e ricca. L'ultimo disco contiene musica da meditare e da ascoltare con calma. Calma è anche la sensazione che trasmette Zamboni quando inizia, con Caterina, l'intervista. L'incipit descrive la Mongolia, con le sue pianure sconfinate, come un Paese in cui la modernità non è riuscita ad attecchire del tutto. In questo sbarazzarsi della modernità o incapacità ad adeguarsi c'è qualcosa di positivo? Non si rinuncia così al progresso? Massimo: «La Mongolia ti impone di fare i conti con tutto questo. La modernità ha cercato di imporsi alla Mongolia e lo ha fatto nel corso dell'ultimo secolo con dominazioni molto diverse, inclusa quella sovietica. Il comunismo ha cercato di portare nelle pianure (...) (...) mongole il cemento, le grandi centrali, le unità di produzione, trasformando il paesaggio in quella che in un disco dei CSI abbiamo descritto come tabula rasa elettrificata. Tutto questo è crollato, è durato l'arco di qualche decennio. I mongoli sono tornati alle tende di feltro, la vita lontana da tutto, l'autonomia di ogni gruppo, anche famigliare». Questa però era la Mongolia del 1996. Massimo: «Oggi metà dei mongoli si sono urbanizzati. Le pianure sono ancora più spopolate di prima ma la modernità è riuscita a inghiottire il cinquanta per cento della popolazione. Questo processo è stato molto rapido». Anche da noi è successo qualcosa di simile? Massimo: «Per Pasolini, la velocità della nostra modernizzazione aveva causato una frattura tra campagna e città. Però in fondo noi abbiamo avuto oltre mezzo secolo per adattarci. In Mongolia questo processo è stato rapidissimo, all'incirca 5 anni. Per questo è una modernità fragile. Metà dei mongoli vive ancora nelle tende, segue la tradizione, adotta una economia e un'alimentazione fondate sul ritmo della natura. La tradizione insegna come affrontare qualunque tipo di situazione. Vivere così significa vivere secondo regole millenarie». C'è qualcosa di eterno nel vivere secondo la tradizione? Caterina: «C'è una ciclicità che si esprime anche nel vivere quotidiano. Ogni azione, come spezzare gli spaghetti da cuocere assieme alla carne, ripropone un gesto antico. Questa ciclicità è anche imposta dal territorio, così difficile da abitare. È difficile osservare un radicamento simile in Italia. Lì un bambino e un vecchio sanno esattamente cosa fare perché hanno una memoria culturale, un retaggio tradizionale con il quale intrattengono un rapporto immediato». Massimo: «Ad esempio, quando entri in una tenda, c'è un percorso prestabilito da seguire, un posto preciso per l'uomo, la donna e l'ospite. Ogni movimento è scritto nella tradizione. E ti mette immediatamente in relazione con l'eternità. Chi aderisce a questo percorso, già tracciato da generazioni, è riconoscente verso chi lo ha preceduto. Non c'è imposizione. Ma adesione. L'eternità è la misura dell'uomo riconoscente». Il rapporto così forte con le radici è qualcosa che qui da noi è stata spazzata via? Tu, Massimo, coltivi sugli appennini, addirittura coltivi cose che non ti conviene coltivare. Massimo: «Il rapporto con le radici non è un rapporto di convenienza ma di appartenenza. Non c'è da vergognarsi della parola nostalgia. Non è ben accettata dalle nostre parti. Quando dici nostalgico devi sempre trovare una scusante per questa parola. A me piace molto». Caterina: «Heimweh è una parola tedesca che esprime la nostalgia per la propria casa. Significa apprezzare il valore della tua terra, imparare ad amare le cose tra le quali sei nata, conoscerne il significato, riconoscersi in esse». Massimo: «Nelle cartoline rappresentiamo sempre la nostalgia verso un paesaggio che non c'è più o sopravvive solo in parte. Chi farebbe mai una cartolina di un benzinaio? La pianura, il paesaggio di un tempo sono dentro di noi, lo riconosciamo subito da un dettaglio. La pianura a perdita d'occhio non esiste più eppure noi la immaginiamo ancora così. Culturalmente siamo ancora lì». Come ci sente in mezzo al nulla? Massimo: «La Mongolia ti invita a tornare a un alfabeto originale. Se io dico uomo, noi tre qui seduti non sappiamo bene di cosa stiamo parlando, il concetto è troppo stratificato. C'è un uomo storico, civile, concreto. In Mongolia tu guardi una pianura infinita, ti basta vedere un uomo in lontananza, che cammina, ed ecco che capisci cosa è un uomo, una presenza fisica, concreta, che va al di là della storia. Quell'uomo è il primo uomo che contiene tutti gli altri. Un padre, una madre, un figlio, il fuoco, l'acqua: sono parole che hanno il significato originario, non si è aggiunto nulla di nuovo, perché tutto si ripete e si ripete come se fosse la prima volta». Avete descritto un percorso eterno nella sua ciclicità. È una eternità senza Dio? Tu, Caterina, hai vissuto per un mese in un monastero buddista. Caterina: «Dall'esterno, con tutta l'umiltà del caso, si percepisce l'assenza di un dio preciso ma la presenza di qualcosa di divino, che non vuole dire necessariamente di religioso. È una armonia eterna, che non ha bisogno di altro, di una divinità che giustifichi che le cose sono così come sono. Sono le cose stesse che si manifestano in un modo superiore, giusto, perfetto, armonico appunto. Il ripetersi dei gesti contiene in fondo qualcosa di rituale e dunque di religioso». I simboli della nostra religione sono muti? La modernità porta con sé la fine del cristianesimo? Caterina: «Muti non credo. Hanno un grande valore ma non hanno la forza di un tempo, non suscitano lo stesso trasporto». Massimo: «La spiritualità mongola ha qualcosa di indefinito e di sfuggente. Loro sono buddisti o animisti. Quando c'è stata la repressione comunista dei monasteri, l'animismo è sopravvissuto perché non c'era un clero da perseguitare, non c'era nemmeno un luogo sacro. Adesso c'è il ritorno del buddismo. I fedeli sono saliti in montagna a riprendere gli oggetti sacri nascosti agli occhi dei sovietici. Non c'è una religione che impone come a volte il cristianesimo ha ritenuto di dover fare. Intendiamoci, non penso di confinare il cristianesimo a questo, c'è la figura del Cristo sofferente, non è una figura che deve spaventare, contiene molti altri significati». La Mongolia è la nostra infanzia? Massimo: «È il mondo delle origini, quello da cui siamo passati anche noi. Noi sentiamo tutto il peso della nostra storia. Anche la Mongolia ha avuto una storia lunghissima. Però non ne vedi le tracce, non ci sono castelli, statue o altro che ricordi dominazioni, imperatori, guerre. Questo ti libera lo sguardo. A proposito di eternità. Quando non si rompe il filo della narrazione nei secoli, tu sei contemporaneo a tutto quello che è accaduto perché vivi allo stesso modo e riconosci come tuo tutto quello che è stato. Noi, se pensiamo al XX secolo, sentiamo una distanza enorme, da quell'Europa, da quell'Italia. Quando tu sei davanti ai monti Altaj, tu sai che tutti gli imperatori della stirpe di Gengis Khan sono stati sepolti lì. I soldati dei cortei funebri uccidevano tutti gli uomini che incontravano affinché l'imperatore fosse servito anche nell'aldilà. I mongoli non solo si ricordano quegli eventi ma li sentono contemporanei, presenti». Mentre da noi? Massimo: «Sulle rive del canale Tartaro, vicino a Mantova, i vecchi si ricordano che lì c'era un accampamento degli Unni. Sono passati più di mille anni. Ma evidentemente la storia è entrata in loro, la narrazione non si è mai interrotta. Dubito però che i loro nipoti sappiano dell'accampamento degli Unni». Caterina: «L'uomo contiene tanti uomini. Noi tendiamo a distinguere l'uomo dell'Ottocento, l'uomo del Novecento. Di fatto lì c'è il senso della contemporaneità, che si lega al discorso sull'eternità». Anche la musica è primordiale? Massimo: «I loro strumenti sono di derivazione naturale. Legno, crine, poco altro. La loro musica non esprime sensazioni individuali come la nostra. Non esprime protesta o amore. La musica descrive la montagna, la tenda, il fiume. La mamma, ma non solo quella umana, anche la mamma dei cammelli, delle mucche. Qualunque suono apre l'immaginazione. Le nostre canzoni, grazie al potere delle parole, delimitano l'immaginazione. Quando i mongoli cantano, spesso intonano solo una vocale tremolata, all'infinito». Cosa hai cantato ai mongoli? Massimo: «Avevo il terrore che mi chiedessero di cantare qualcosa. Loro ti chiedono di cantare qualcosa che racconti la tua terra. Ma quale canzone descrive la mia terra? Emilia paranoica? Il canto delle mondine? Non so esprimere il mio mondo tutto intero. Siamo così confusi che ci manca l'alfabeto chiave di cui parlavano prima». Tu però sei sempre stato anche uno sperimentatore di suoni dai tempi in cui stavi a Berlino Est. Come si conciliano l'avanguardia e la tradizione? Massimo: «Si conciliano perché ho trovato lo spazio per tutte le ragioni opposte che ho incontrato. Berlino da una parte, la Mongolia dall'altra e l'Emilia dappertutto sono i miei punti cardinali. L'oscurità e il peso della storia di Berlino trovano contraltare nel senso mongolo del tempo al di là della storia. Ma tutto questo non avrebbe senso se non ci fosse una terra, l'Emilia, dove appoggiare entrambi i piedi. Se così non fosse, queste esperienze farebbero di me una banderuola. Tu vai in quei luoghi per trovare gli occhi per guardare meglio il luogo in cui vivi e che puoi offrire agli altri». Caterina, tu sei il libro vivente. Che impressione ti ha fatto leggere le pagine in cui Massimo decide che è giunto il momento di diventare padre? Caterina: «È un modo bello di riconoscersi e di vedersi. Capisco quello che lui ha scritto, c'è una complicità del nostro sguardo sulle cose. C'è sehnsucht: tensione e bramosia per lo scoprire cose nuove. C'è anche heimweh: volontà di ritorno e di capire cosa mi caratterizza. Affrontare questo tema attraverso le parole di mio padre è stato importante». Nel libro ci sono anche concetti come dono e compassione. Sono possibili in un mondo basato sul mercato? Massimo: «Sono un privilegiato e questo già fa parte del dono. Scrivere, suonare, coltivare la terra mi dà una infinita libertà di scelta. Posso dare sfogo al mio talento, qualunque quantità io ne abbia. È un dono, e credo sia giusto restituirlo. L'uso della prima persona nei miei libri non è una postura narcisistica. Significa che metto a disposizione tutto ciò che ho, cioè me stesso. È l'unica cosa che posso fare, offrirmi. Offrire i miei pensieri, sperare che siano utili agli altri. Se noi vivessimo in una società solamente tronfia, appagata e superficiale allora ci sarebbe da mostrarne il marciume. Io credo che il nostro mondo sia diverso. All'apparenza è tronfio e appagato. Nella realtà è fragile e spaventato, molto timoroso del futuro. Ci vogliono compassione, benevolenza e voglia di aiutarci a vicenda. Per questo mi sforzo di usare parole che siano un abbraccio. Non ci sono io e poi ci siete voi contro cui protestare. Siamo noi. C'è bisogno di capire le sostanziali affinità. Le divergenze sono tante, le abbiamo già esplorate. Però l'uomo è uno». Un altro tema forte è l'identità. Caterina è nata con la macchia mongolica, un tratto genetico che indica la presenza di sangue mongolo nelle sue vene. Massimo: «Io potrei dire: sono emiliano da generazioni. Davvero? Mia figlia è nata con la macchia mongolica. Quando i mongoli hanno messo una goccia di sangue nel sangue emiliano dei miei avi o di quelli di Daniela, la madre di Caterina? Non lo so. Nel Trecento, uno schiavo portato dagli imperatori romani? Un soldato di Gengis Khan? Un soldato della Seconda guerra mondiale? L'identità è fonte di odio. Andrebbe ripensata. La scommessa della Macchia mongolica è questa: la bambina appena nata, una bambina normale, è portatrice di una idea molto forte: le differenze non sono invalicabili. Non dovremmo basare le decisioni nella vita pubblica, ma anche il modo in cui parliamo, esclusivamente su ciò che divide». Caterina: «L'identità è un ricomprendere tutto assieme. Dire che c'è una parte del mio sangue che non è emiliano, non significa negare una cosa per affermarne un'altra». Voi scrivete che il nemico che ci opprime è dentro di noi. Massimo: «Passiamo parte della nostra vita ad assomigliare a noi stessi. La ribellione alla mia educazione è stata prolungata e prolifica. Un po' alla volta mi avvicino alla mia vera voce. Prima o poi ci arriverò. Non è più come a 18 anni. Il nemico non è più la società, la rivoluzione non è l'obiettivo. Alla fine scopri che il nemico non è esterno, sono le scorie che hai dentro e di cui ti devi sbarazzare per raggiungere... te stesso. Siamo sempre lì: all'alfabeto primordiale». Speciale:  Controcultura focus
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L'Universo si sta espandendo, ma senza occupare altro spazio (Sun, 23 Feb 2020)
Secondo la relatività generale, la metrica spazio-temporale cambia con il tempo: il metro cosmologico si restringe e di conseguenza la distanza tra le galassie aumenta Anche Einstein ha fatto i suoi errori. Il più grande di tutti? Stando alle sue parole, l'essersi attaccato all'idea che l'Universo debba essere statico, contrariamente a quanto predetto dalla sua stessa teoria, la relatività generale. Oggi abbiamo numerose prove teoriche e sperimentali del fatto che l'Universo sia in realtà in una fase di espansione. "Ma in cosa si espande?". È proprio con questa domanda, menzionata anche nel nostro primo articolo (clicca qui per leggerlo), che è nata l'idea di creare questa rubrica. "Gasp, è una delle cose più difficili da raccontare", ha risposto Carlo Rovelli quando gli abbiamo chiesto come lui proverebbe a spiegarlo. Abbiamo fatto lo stesso con altri tre stimati fisici della gravitazione e amici: Abhay Ashtekar, Alejandro Perez ed Eugenio Bianchi. Il risultato? Quattro risposte diverse, a conferma della complessità dell'argomento. Non avendo spazio per proporle tutte, prendiamo spunto da esse per spiegarlo con parole nostre. Il punto in comune di tutte le risposte, cruciale per capire il problema, è che è il termine "espansione" a non essere propriamente corretto, e quindi ad indurre confusione. Infatti, quando si pensa a una cosa che si espande, si immagina quella cosa immersa in uno spazio esterno, e che con il passare del tempo occupa una parte sempre più grande di tale spazio. Nel caso dell'Universo, però, esso è lo spazio stesso, e non è quindi contenuto in nessun altro spazio esterno. Come può quindi espandersi? Per capirlo, facciamo un passo indietro e partiamo dai dati sperimentali. Nel 1929 Edwin Hubble osservò che le galassie si allontanano l’una dall’altra, o meglio, che la distanza tra di esse aumenta col passare del tempo. L'Universo si sta quindi espandendo nel senso comune del termine, potremmo concludere. Ma è questa l'unica spiegazione possibile di questi dati? Ecco un esempio. Immaginate di essere dentro una stanza, per semplicità quadrata, e avere un metro per misurare la distanza tra le pareti. Il primo giorno effettuate la misura e la stanza risulta lunga 2 metri. Il secondo giorno 2 metri e 40 centimetri. Il terzo 3 metri, e così via. O la stanza si sta espandendo invadendo il soggiorno o... il metro si sta rimpicciolendo! Per quanto assurda possa suonare questa seconda opzione, questo è proprio quello che accade nell'Universo. Secondo la relatività generale, infatti, il "metro" con cui misuriamo le distanze tra le galassie, in termini tecnici la metrica spazio-temporale, cambia con il tempo. È come avere un metro elastico che si può estendere o restringere così che le tacche su di esso diventano più rade o più fitte. Il metro cosmologico si sta restringendo, e di conseguenza la distanza tra le galassie sta aumentando. In questo senso l'Universo si "espande", e lo può fare senza andare ad occupare alcuno spazio esterno. Vuoi che un articolo tratti un tema che ti interessa? Scrivi a spaziocurvo@ilgiornale-web.it Tag:  universo cosmo espansione teoria relatività Speciale:  Spazio curvo focus Persone:  Albert Einstein
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© Dott. Giulio Perrotta (2012)